CLINICHE PER “CURARE” I GAY/ Video, percosse e stupri per “guarire” dall’omosessualità

- Silvana Palazzo

Ecuador, cliniche per “curare” i gay: video. Luoghi dell’orrore scoperti da Paola Paredes: percosse e stupri per “guarire” dall’omosessualità. Le ultime notizie sull’indagine della fotografa

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Ospedale (Pixabay)

Le chiamano cliniche per “curare” l’omosessualità, ma in realtà sono luoghi dell’orrore. Li ha scoperti la fotografa Paola Paredes in Ecuador. Ha convinto i suoi genitori a fingere di volerla convertire all’eterosessualità, visto che è effettivamente lesbica, quindi con un microfono nascosto si è sottoposta ad un colloquio. Così ha potuto testimoniare quanto accadeva all’interno, facendo emergere una realtà scioccante che poi la fotografa ha ricreato personalmente attraverso la sua arte. Durante la loro permanenza i “pazienti” devono scrostare i bagni a mani nude, frequentare corsi religiosi di punizione, venendo anche picchiati e privati del cibo fino a rischiare di morire. Un trattamento comunque migliore rispetto a quello riservato a chi si rifiuta di mangiare quel cibo orribile che viene propinato: sono obbligati, infatti, a bere un bicchiere di acqua presa dal water, mischiata con caffè e coloro.

«In passato sono stati segnalati casi di terapie con scosse elettriche e di stupri correttivi. E alcune persone che hanno avuto accesso in queste strutture sono poi sparite nel nulla…», ha raccontato Paola Paredes ai microfoni di Huck Magazine. Inoltre, le lesbiche sono costrette a vestirsi da donna, a truccarsi e a indossare tacchi alti. Tutti i pazienti comunque vengono monitorati: hanno solo sette minuti di solitudine al giorno, cioè quelli impiegati per farsi una doccia. Nonostante l’omosessualità sia legale dal 1997 in Ecuador, ci sono 200 cliniche circa per la conversione. Ma strutture simili esistono anche in Europa e Stati Uniti. Si tratta di cliniche che operano all’apparenza come strutture per alcolisti e tossicodipendenti, ma in realtà sono ammessi anche omosessuali e prostitute.

Chiuderle è quasi impossibile: dopo la sua ricerca Paola Paredes ha contattato attivisti, organizzazioni e avvocati, scoprendo che c’è una rete gigante che protegge queste cliniche nella quale domina la corruzione. «L’unica cosa che possiamo fare è educare le persone, insegnare loro l’accettazione e la tolleranza. L’unica cosa che posso fare io con le mie foto è creare consapevolezza. Purtroppo il fatto che ciò non basti mi lascia tanta amarezza», ha concluso la fotografa. Clicca qui per vedere le immagini di Paola Paredes.



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