Brutal Black/ Cos’è il tatuaggio estremo che “uccide” il cliente con la sofferenza

- Paolo Vites

Spingere sempre più in là i limiti, è il caso di una nuova tecnnica di tatuaggi praticati solo per provocare dolore estremo, una sfida al limite della sopravvivenza

tatuaggio_pixabay
Immagine di repertorio

“Ammazzare metaforicamente la persona davanti a te, vedere il dolore nei suoi occhi, il corpo che trema e il sangue”. A parlare così è uno dei tre ideatori del “Brutal black”, la nuova tecnica di tatuaggio estremo, ideata non per rendere più affascinante e interessante il corpo con disegni piacevoli o nomi da ricordare, ma per un solo motivo: provocare dolore. Lo racconta in una intervista pubblicata sul sito Vice Phillip 3Kreuze che, soddisfatto, dice che quando “pieghi la volontà e arrivi al limite, quando il cliente non riesce a camminare vuol dire che hai fatto bene il tuo lavoro”. Nessun disegno, solo tracce dell’ago che infierisce nella carne lasciando il corpo devastato. Loro dicono che l’idea gli è venuta perché ormai tatuarsi è alla portata di tutti, è diventata una moda stupida e vanitosa, ma alle origini il tatuaggio era qualcosa di doloroso, inflitto per punizione o per sfidare se stessi. Chi si sottopone al trattamento deve essere ben cosciente a cosa va incontro. Raccontano il loro primo tatuaggio, fatto ad un amico: cinque ore di torture per due giorni “intervallate da pause per vomitare”. Dicono che si tratta di un rituale: quanto sei disposto a soffrire? Fino a dove vuoi spingerti? Sono prove di sopravvivenza, dicono ancora, i cui segni più che sul corpo rimangono nella mente di chi li subisce.

“Una volta eravamo guerrieri” dice “oggi siamo degli automi”. Così come il cliente deve essere molto forte per sopportare tutto questo, anche colui che opera questa pratica deve essere molto forte. Una sfida. O piuttosto un ritorno alla brutalità dell’uomo antico, quando non c’era rispetto e carità verso il prossimo. Dice bene il tatuatore: una volta eravamo guerrieri,  ma anche bestie che procuravano il dolore per il gusto di provocarlo aggiungiamo noi, che rendevano schiavi i più deboli. Pratiche estreme che si diffondono sempre di più come gli sport estremi, dove quello che conta non è la consapevolezza di avere avuto una vita in dono da spendere, nel bene e nel male, ma di essere pronti a gettarla via in qualunque occasione, per provare a se stessi di essere dei superuomini. D’altro canto era questo che il nazismo predicava.



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori