LA STORIA/ Klaudio Ndoja: da profugo a campione del basket: “Nessuno genera se non è generato”

- Lorenzo Randazzo

Scappato dall’Albania con la famiglia a 12 per sfuggire povertà e violenza, adesso è un campione del basket. La storia di Klaudio Ndoja un esempio per tutti. LORENZO RANDAZZO

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Klaudio Ndoja

Verso la fine degli anni novanta, in un oratorio di Palazzolo Milanese, paesino della periferia nord di Milano al confine con la Brianza, Don Marco Lodovici, dopo aver osservato per alcuni giorni un ragazzino giocare nel campo di basket si rivolge a lui:

“Sei forte a giocare a pallacanestro sai? da dove vieni?” Quindi lo conosce, lo accoglie e lo invita a giocare nella squadra dell’oratorio. Il ragazzo si dimostra fin da subito davvero troppo forte per quel contesto oratoriale, pertanto Don Marco, non volendo limitare il suo potenziale e il suo sogno, gli suggerisce di andare a fare un provino all’Aurora Desio che vanta da sempre un settore giovanile tra i più forti d’Italia. 

Il ragazzino in questione è Klaudio Ndoja, profugo albanese, che all’età di 12 anni, senza permesso di soggiorno, sbarca sulle coste pugliesi e nel giro di qualche anno corona il suo sogno diventando un campione della serie A di basket.  

La storia di Klode non è nuova per gli appassionati di basket ma vale la pena di essere ricordata e raccontata perché ha davvero dell’incredibile. In realtà un ritratto completo di Klaudio è già disponibile e scritto con passione da Michele Pettene nel libro “La morte è certa, la vita no” (con la prefazione di Gianmarco Pozzecco), titolo tratto dal film Training Days da una frase tatuata sull’avambraccio di Denzel Washington “Death is certain life is not” e poi sulla spalla dello stesso Klaudio.

La prima parte del libro racconta le drammatiche vicende umane del piccolo Klaudio, della sua famiglia e dell’intero popolo albanese alle prese con la povertà, la violenza e i pericoli legati alla guerra civile che portano alla sofferta decisione di mettersi in mano a degli scafisti per attraversare l’Adriatico alla ricerca de “lamerica”. In realtà anche la nuova vita in Italia non è per nulla facile se sei una “persona invisibile” senza permesso di soggiorno, senza la padronanza della lingua e senza la possibilità di frequentare una scuola. 

La seconda parte invece tratta la vicenda sportiva de “Il Gladiatore” Klaudio Ndoja fatta di gioie e di soddisfazioni sul campo ma anche di tante delusioni, battute di arresto e fallimenti. Da Desio il percorso cestistico di Klaudio continua nel settore giovanile di Casalpusterlengo (Gallinari e Aradori sono i crack delle annate successive) per poi approdare nella prima squadra ma girando come un globe-trotter per i parquet di mezza Italia: Borgomanero, Capo d’Orlando, Scafati, Jesi, Ferrara, Brindisi, Cremona, Verona, Mantova…

Il libro è uscito nel 2015 (Edizione Imprimatur) ma ancora oggi, durante le presentazioni pubbliche (i proventi delle vendite sono destinati ad aiutare un orfanotrofio in Albania), Klaudio ci tiene a ricordare il ruolo fondamentale che Don Marco e gli allenatori che mano a mano ha incontrato sul suo cammino hanno avuto nella realizzazione del suo sogno. 

“Così dopo essere sbarcato da clandestino sulle coste pugliesi, Klaudio, quattordici anni dopo, atterrava con il volo di linea da Milano Linate all’aeroporto del Salento di Brindisi”. A pochi chilometri da dove era sbarcato, da capitano, guadagnerà la promozione e riporterà la New Basket Brindisi nella massima serie.

Nel 2014 poi l’incontro e la sua testimonianza davanti a Papa Francesco in occasione della giornata nazionale del CSI (Centro Sportivo Italiano): “Un giorno sono entrato nell’oratorio di Palazzolo Milanese e ho conosciuto don Marco che mi ha permesso di giocare a basket anche se non avevo la carta d’identità. Fu sempre don Marco a dirmi che avevo talento per il basket… credo di essere un campione nella vita grazie all’insegnamento dei miei genitori e dello sport” dirà Klaudio in una Piazza San Pietro gremita. 

Tutto viene restituito, tutto torna. Impara ad amare solo chi si è sentito amato, chi si sente amato. I nostri ragazzi, sia che siano al centro o che siano alla periferia del mondo, meritano e ricercano questo sguardo, lo sguardo di don Marco, così come lo desiderano da tutti gli educatori in ogni ambito della loro vita, a casa, a scuola o in un campo sportivo. Grazie alla stima, all’attenzione, all’accoglienza semplice e appassionata di don Marco, Klaudio ha iniziato a percepire quella bellezza che il destino aveva riservato per lui.

Papa Francesco nel suo saluto durante la recente visita del quartiere Forlanini di Milano ha richiamato l’importanza dell’accoglienza della Chiesa “che non rimane nel centro ad aspettare ma va incontro a tutti e porta a tutti Gesù che è l’amore di Dio fatto carne, che dà senso alla nostra vita e la salva dal male…per accompagnarci nel cammino della vita”. 

Klaudio ora trentunenne è un giocatore della gloriosa Virtus Bologna che milita in A2. All’apice della sua carriera le sue sfide non sono terminate: certamente vorrà continuare a rimanere ad alto livello nel mondo nel basket e poi dedicare del tempo per aiutare gli altri. Quanto di bello ha ricevuto lo vorrà restituire, perché così è stato per lui, così è per lui. “Nessuno genera se non è generato”.

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