CHARLIE GARD/ Eutanasia di Stato, il medico: i giudici decidono chi vive o muore

- Paolo Vites

In Inghilterra fa scalpore il caso di un neonato di nove mesi a cui un tribunale ha sentenziato sia lasciato morire, mentre i genitori si oppongono. Il commento. PAOLO VITES

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(LaPresse)

Abbiamo parlato nei giorni scorsi del caso di Charlie Gard, il neonato inglese affetto da grave malattia, tenuto in vita con i macchinari, per il quale un tribunale inglese, specificando che sarebbe “nel suo miglior interesse” ha sentenziato sia lasciato morire. Tutto questo mentre i genitori si oppongono, non chiedono per lui la morte come successo in casi analoghi, pensiamo a Eluana la cui morte è stata chiesta dal padre, o il caso di Terri Schiiavo, lasciata morire su richiesta del marito. No, qui i genitori chiedono che viva comunque e che anzi, dopo aver raccolto oltre un milione di sterline con donazioni spontanee di privati, possa essere portato in America per tentare nuove cure. Ma l’ospedale ha negato alla famiglia di portare via il bambino, accampando scuse come il troppo rischio. Di fatto, la coppia e il neonato sono rinchiusi come in una prigione in ospedale, hanno però fatto ricorso alla Corte suprema inglese. Tutto si basa dunque sulla concezione di “best interest” per il bambino, ovviamente impossibilitato a essere consenziente o meno, presa da alcuni giudici.

Abbiamo chiesto un parere alla dottoressa Helen Watt, dell’Anscombe Biothetics Centre di Londra: “A volte i medici sono in disaccordo su quale sia il miglior equilibrio tra benefici e sofferenze o che cosa significa beneficio. E’ sbagliato pensare che ogni tipo di vita sia senza importanza e se i trattamenti sanitari siano continuati o sospesi, la ragione non deve mai essere quella di far morire qualcuno. I genitori  che desiderano che il figlio sia curato hanno il diritto a un secondo tipo di giudizio e anche di portare il figlio altrove per farlo curare. Purtroppo non possono farlo se far questo significa esporlo a rischio di ulteriori sofferenze e quindi della vita”.

Il caso del piccolo Charlie, che non vede, non sente e non ha energia a sufficienza per muoversi ma che secondo i genitori reagisce agli stimoli, è comunque indicativo della mentalità odierna che decide quando e come una vita è degna di essere vissuta. Se hai degli handicap di qualunque tipo, non vale la pena tenerti in vita, in sostanza. Una sorta di eugenetica che lascia vivere solo i migliori, i sani, i forti e toglie di mezzo i deboli. Contro il parere dei genitori.

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