BIMBO ABBANDONATO IN MACCHINA/ Lettera alla madre: “Cara Adriana, viviamo come elettrodomestici”

- Fabio Belli

Bimbo abbandonato in macchina: lettera alla madre sul Corsera. “Viviamo come elettrodomestici”, come l’unicità di una tragedia rappresenta la normalità di tante donne di oggi

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(LaPresse)

Una lettera ad Adriana, la mamma che ha dimenticato la sua piccola di un anno, Tamara, in automobile, non potendo far nulla di fronte alla morte per asfissia della piccola. E’ stata pubblicata sull’edizione di oggi del Corriere della Sera, a firma di Gheula Canarutto Nemni, editorialista e scrittrice. Una mano tesa verso la tragedia di una donna che ha segnato un piccolo paese in provincia di Arezzo, rotto dall’urlo disperato della madre quando si è resa conto di non aver mai accompagnato al nido la piccola, condannata a morte dall’altissima temperatura all’interno dell’abitacolo. Nella lettera del Corsera ci si rivolge ad Adriana come a una donna sopraffatta non solo dal dolore, ma anche dalla fatica di una vita che chiede troppo al giorno d’oggi alle donne e alle persone in generali, costrette a vivere a duemila all’ora, travolte dagli impegni e da un’agenda mentale che non sempre può essere seguita pedissequamente. Perché un uomo non è una macchina, una donna nemmeno e spesso i ritmi di vita moderni possono portare a queste spaventose tragedie.

“Cara Adriana, viviamo come elettrodomestici”, così viene intitolata la lettera sul Corriere della Sera dedicata alla tragedia della mamma che ha dimenticato la sua bimba in auto. La mente della donna viene paragonata a quella di un computer, di un elettrodomestico digitale come quelli di oggi, di uno smartphone i cui files, a forza di stress, sollecitazioni, sforzi, si ritrovano ad essere irrimediabilmente corrotti. Una tragedia che secondo l’editorialista Gheula Canarutto Nemni non coinvolge solo Adriana ma milioni di donne che al giorno d’oggi devono essere madri, mogli, figlie, lavoratrici e chissà cos’altro, in nome di un tempo che non basta mai e di impegni che devono essere sempre evasi, costi quel che costi. L’urlo della madre davanti alla figlioletta morta diventa il simbolo di un tempo che spersonalizza le persone, fino a farle diventare macchine ma che fredde macchine non sono e sono costrette a pagare nel modo più atroce il prezzo dei loro errori e delle loro dimenticanze.



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