CONGEDO DI PATERNITÀ/ La nuova battaglia sulla discriminazione di genere ora coinvolge i papà

Uguaglianza di genere e lavoro, le madri in carriera sono discriminate rispetto agli uomini? Secondo l’analisi dell’economista francese Perivier è proprio così

18.06.2017 - Morgan K. Barraco
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Immagine di repertorio

La discriminazione indiretta a carico delle madri coinvolgerebbe in qualche modo anche la tempistica più breve concessa al congedo di paternità. A sostenerlo è l’economista francese Helene Perivier, che ha lanciato una petizione perché il congedo concesso ai padri venga esteso di ulteriori quattro settimane. Nella situazione attuale sono solo 11 i giorni previsti e questo graverebbe sulle condizioni difficili a cui sono soggette le madri che lavorano, costrette a rimanere assenti dal lavoro per un periodo di tempo più prolungato rispetto ai padri. La petizione per ora ha raccolto circa 52 mila firme, sottolinea Le Monde, fra cui è presente anche la sottoscrizione del Segretario di Stato. Secondo la Perivier, come scrive in una nota dello scorso gennaio, allungare il congedo ai papà permetterebbe di assottigliare la discriminazione sul lavoro fra uomini e donne. Una possibilità che l’economista introdurrebbe già nella fase di assunzione o in previsione di una promozione. 

Helene Perivier è precisa nella sua analisi per contrastare la discriminazione contro le madri che lavorano. Secondo l’economista è possibile percorrere due diversi tipi di strade, una all’interno della politica familiare ed una rappresentata dalla lotta diretta sul posto di lavoro. Nel primo caso, infatti, le donne hanno sulle proprie spalle una responsabilità maggiore verso i figli rispetto agli uomini. Per questo i datori di lavoro di conseguenza vedrebbero le donne meno affidabili e meno quotate in termini di investimento. In generale, nota la Perivier, la madre che lavora viene coinvolta di meno nel mondo professionale rispetto ai padri solo per via dei suoi obblighi familiari. Ed è qui che trova spazio un cambiamento in merito ai congedi parentali, che andrebbe ad influire sul modo di vedere la maternità. Se il tempo da dedicare ai figli venisse distribuito in modo equo, la disuguaglianza di genere si assottiglierebbe a favore di una discrepanza fra genitori e genitori che non lavorano. 

Essere padre o madre è frutto di una norma sociale. Questo il pensiero dell’economista, che fa notare come ci sia una forte differenza fra il congedo concesso alle madri e quello previsto per i padri. Nel primo caso si parla appunto di sedici settimane pagate al 100% della retribuzione, mentre gli uomini possono assentarsi per il congedo parentale solo per 11 giorni di seguito, pur mantenendo le stesse condizioni delle donne dal punto di vista dello stipendio. E per spiegare meglio la propria visione, l’economista cita l’esempio dell’Islanda, dove il 40% del congedo parentale viene destinato agli uomini, permettendo ai padri ed alle madri di poter vivere “in solitaria” con il proprio figlio lo stesso quantitativo di tempo. Tutto questo senza considerare che la maternità, anche solo in potenza, quindi come possibilità, influisce fortemente in modo negativo sulla carriera delle donne. Anche in seguito al rientro al lavoro, le donne continuano a rimanere infatti totalmente responsabili dei loro bambini, dalle faccende domestiche fino a tutto l’occorrente per sostenere l’intera famiglia. 

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