CARRON/ “Un cristianesimo oltre le guerre culturali”

- La Redazione

Pubblichiamo la seconda e ultima parte dell’intervista che il presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione ha rilasciato al giornale americano Crux

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Foto LaPresse

Una delle questioni più problematiche che i cristiani in Occidente si trovano ad affrontare all’inizio di questo secolo è se e come la Chiesa abbia il dovere di continuare a combattere delle guerre culturali.

A sinistra, c’è una forte corrente di pensiero che ritiene che la Chiesa dovrebbe chiamarsi fuori dal campo di battaglia, perché su vari temi, come la contraccezione e la donna, sta dalla parte sbagliata. Sul versante opposto, alcuni, come Rod Dreher con la sua proposta della «opzione Benedetto», sostengono che la Chiesa dovrebbe ritirarsi perché essa è ormai perdente, e tutto ciò in cui può sperare in questa cultura è di mantenere vive delle piccole isole di fede.

Di fatto don Julián Carrón, guida dell’influente movimento cattolico di Comunione e Liberazione, indica un altro modo di affrontare la discussione per de-enfatizzare le guerre culturali. Secondo lui, il problema non è che le posizioni tradizionali della Chiesa siano sbagliate, e nemmeno che la battaglia sia già persa.

Il punto è che partire dall’etica è sempre stato un modo sbagliato di comunicare al mondo il cristianesimo, che nella sua sostanza è un «avvenimento» – un termine che può sembrare banale nell’uso comune, ma che nel linguaggio di Comunione e Liberazione, che nasce dal suo fondatore, il sacerdote italiano Luigi Giussani, è ricco di significato.

«Che la fede sia un avvenimento significa che la vita di uno cambia quando egli incontra un fatto, come accadde a Giovanni e Andrea quando incontrarono Gesù», ha dichiarato a Cruxlunedì. «Non si può evitare la realtà di un fatto accaduto, non si può cancellarlo. Pensiamo a san Paolo, che era un persecutore dei cristiani, cercava di eliminarli; l’incontro con Cristo vivente rivoluzionò il suo modo di pensare.»

«La scelta non può ridursi a quella tra le guerre culturali e un cristianesimo svuotato di contenuto, perché nessuna di queste due ipotesi ha nulla a che vedere con Abramo e la storia della salvezza», afferma Carrón. «Abramo fu scelto da Dio per incominciare a introdurre nella storia un nuovo modo di vivere, che potesse nel tempo generare una realtà visibile in grado di rendere la vita degna, piena.»

Nella sua abitazione milanese, tra gli altri argomenti, Carrón ha parlato con Crux dell’edizione in lingua inglese del suo libro La bellezza disarmata (Disarming Beauty), sul modo in cui si possa proporre l’«avvenimento» cristiano nella cultura secolarizzata dell’Occidente post-moderno.

Recentemente Rod Dreher ha sostenuto che i cristiani dovrebbero abbandonare le guerre culturali in Occidente perché le abbiamo già perse, e il massimo che possiamo sperare è l’«opzione Benedetto», ossia la conservazione di piccole isole di fede in un contesto di cultura ostile e decadente. Lei sembra sostenere che dovremmo lasciarci alle spalle le guerre culturali, senza rinunciare a quelle posizioni, ma per un motivo differente.

Certo, assolutamente. Mi ha sempre colpito la contrapposizione tra il cercare di trasformare il cristianesimo in una religione civile e il cercare di renderlo qualcosa di totalmente privato. Per me è come cercare di correggere il disegno di Dio. Mi domando, chi avrebbe mai scommesso che Dio avrebbe incominciato a comunicarsi al mondo attraverso la chiamata di Abramo? Era la modalità più inverosimile, sconcertante, di procedere che si sarebbe potuta immaginare. La scelta non può ridursi a quella tra la guerra tra culture e un cristianesimo svuotato di contenuto, perché nessuna di queste due ipotesi ha nulla a che vedere con Abramo e la storia della salvezza. Abramo fu scelto da Dio per incominciare a introdurre nella storia un nuovo modo di vivere, che potesse nel tempo generare una realtà visibile in grado di rendere la vita degna, piena. Se Abramo fosse qui oggi, nella nostra situazione di minoranza, e andasse da Dio a dirgli: «Nessuno mi dà ascolto», cosa gli direbbe Dio? Lo sappiamo benissimo cosa gli direbbe: «È per questo che ti ho scelto, per cominciare a porre nella realtà una presenza capace di far vedere – anche se nessuno vi crede – che io farò di te un popolo così numeroso che la tua discendenza sarà numerosa come le stelle del cielo». Quando Egli mandò suo figlio nel mondo, spogliato del suo potere divino per farsi uomo, fece la stessa cosa. Come ha detto san Paolo, egli è venuto per darci la capacità di vivere la vita in un modo nuovo. Questo è ciò che genera una cultura. La domanda per noi è se la situazione in cui ci troviamo oggi ci offre l’opportunità di ritrovare l’origine del disegno di Dio.

Lei sembra abbastanza ottimista sul fatto che ciò sia possibile.

Assolutamente sì. Sono totalmente ottimista, per la natura stessa della fede. Il mio ottimismo si basa sulla natura dell’esperienza cristiana. Non dipende dalla mia capacità di lettura della realtà, dalla mia diagnosi della situazione sociologica. Il problema è che per essere in grado di ripartire da questo punto di partenza assolutamente originale dobbiamo ritornare alle radici della fede in sé, quello che Gesù ha detto e fatto. Se c’è un motivo di pessimismo, sta nel fatto che troppe volte abbiamo ridotto il cristianesimo o a una serie di valori, a un’etica, o semplicemente a un discorso filosofico. Questo non è attraente, non ha il potere di affascinare nessuno. Le persone non percepiscono la forza di attrazione del cristianesimo. Ma proprio perché la situazione che stiamo vivendo oggi è così drammatica, da ogni punto di vista, paradossalmente è più facile proporre la novità del cristianesimo.

Se guardiamo all’Europa oggi, sta crescendo una nuova generazione che di fatto non è stata coinvolta nelle vecchie battaglie che hanno visto contrapposti religione e secolarismo; sono persone cresciute in una cultura abbondantemente post-religiosa, e di conseguenza spesso guardano a questo fenomeno non con animosità, ma piuttosto con curiosità. Tutto questo configura una nuova fase per l’evangelizzazione?

Sì, c’è una nuova fase. La domanda è se noi cristiani sapremo trarre vantaggio da questa opportunità per capire noi per primi che cosa è davvero la fede, cosa significa essere cristiani, perché essere cristiani dovrebbe essere interessante per noi e per gli altri. Dobbiamo approfondire questo punto indipendentemente dalla preoccupazione per i numeri, e proiettarci unicamente sulla pienezza dell’esperienza che Cristo pone nella nostra vita. Penso a un’espressione che Giussani usava spesso, parlando della fede; diceva: «La fede è un’esperienza presente, dove trovo nella mia esperienza personale la conferma della sua convenienza umana». Senza di ciò, la fede non sarà in grado di resistere in un mondo in cui tutto dice il contrario rispetto a noi.

Dunque la sua strategia per l’evangelizzazione all’inizio del XXI secolo è vivere la fede in una maniera tale che questa «esperienza di conferma» possa verificarsi, e poi gradualmente introdurre gli altri a questa forma di vita?

Quando un cristiano vive la fede con questo genere di gioia, con questa pienezza, è evidente che quando si reca al lavoro, o sta con gli amici, o è in aeroporto, gli altri vedranno questa novità in lui. Se arrivi al lavoro alle 8 del mattino, e nel tuo posto di lavoro trovi un collega che sta cantando, che ti abbraccia e condivide con te le tue debolezze e difficoltà, ti viene da chiedere: «Che cos’è che ti fa arrivare al lavoro cantando alle 8 di mattina?».

Questo comunica il cristianesimo molto di più di tante altre cose, più di tutte le motivazioni etiche, perché quando uno vede qualcosa del genere, gli viene naturalmente da chiedere: «Da dove viene questa gioia? Da dove viene questa pienezza di vita?». Uno può non pensare immediatamente che l’origine di questa felicità si chiami Gesù Cristo, che si chiami fede. Ma quando si comincia a capire che questa sorprendente modalità di vivere nel mondo reale, così felice, così lieto, ha la sua radice nella fede, allora diventa interessante.

Il cristianesimo, in sintesi, si comunica vivendolo. T.S. Eliot una volta chiese: «Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?». Per noi è il contrario; noi guadagniamo la vita vivendo nella fede. Se non sarà così, non saremo interessanti per nessuno, neppure per noi. In altri termini, è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?

Proporre non una serie di teorie, ma una modalità di vita?

È un’esperienza di vita.

Papa Francesco parla spesso del creare una «cultura dell’incontro», e il concetto di incontro era fondamentale anche per Giussani. Guardando la Chiesa oggi, quali sono gli esempi di una «cultura dell’incontro» che la colpiscono maggiormente?

Sono sempre colpito dagli esempi di creazione di spazi per l’incontro tra persone totalmente diverse fra loro. Per esempio, qui a Milano noi [Comunione e Liberazione] gestiamo un doposcuola, un centro, in cui gruppi di docenti – alcuni appartenenti al Movimento, altri no – offrono il loro tempo libero per aiutare ragazzi che hanno problemi a scuola. Tra i ragazzi vi sono italiani, immigrati, fedeli di diverse religioni, per lo più cattolici o musulmani, e lì si vede uno spazio di incontro. Vengono da situazioni diversissime, e trovano lì un posto dove la loro umanità rinasce. Una volta, un ragazzo è arrivato con una barra d’acciaio nello zaino; in circostanze diverse sarebbe stato trattato come un terrorista. Ma stando con quella gente, si è liberato di tutta la sua aggressività, e addirittura è diventato uno dei responsabili di quell’iniziativa. Questo è il potere dell’incontro.

Conosce anche esempi al di fuori del vostro movimento?

Beh, ovviamente non conosco tutto il mondo, ma qualche esempio posso portarlo. Frequento talvolta delle parrocchie a Roma e Milano, ed è possibile vedere quanto questo spirito di incontro sia vivace in esse. Conosco un sacerdote qui a Milano che è in rapporto con alcuni detenuti. Ha una impressionante capacità di coinvolgersi con loro, in un modo che li aiuta a ricostruire la loro vita. Poi c’è l’esperienza delle APAC in Brasile, questa rete di carceri senza guardie e senza armi, in cui il tasso di recidività di reato, che nelle prigioni normali è intorno all’80%, scende al 15%. Si può pensare che sia un’illusione, che in realtà così non si faccia che incoraggiare la criminalità. Al contrario, è un esempio di ciò che accade quando c’è un incontro reale. Tutto ciò che va contro la vera umanità, presto o tardi svanisce. Per esempio, c’era un detenuto che era scappato da un numero imprecisato di carceri, e che casualmente è arrivato a una di queste APAC, e non ha più tentato di scappare. Un giudice è rimasto così colpito da questa storia che ha voluto andare alla prigione per chiedergli: «Perché non hai tentato di scappare?». E il detenuto ha risposto: «Perché dall’amore non si fugge».

A volte il nostro problema è che non crediamo più in certe cose. Di fatto pensiamo che qualsiasi altra soluzione, anche violenta, sia più efficace del potere dell’amore.

Sta dicendo che alla fine il nostro «realismo» non è poi così realistico.

Questo è certo. Abbiamo dato per scontato che certe cose sono un’illusione, e abbiamo perso l’unica opportunità di andare veramente al fondo del cuore di ciascuno. Ancora una volta, questo è ciò che mi rende ottimista – la fede è efficace! Come disse papa Benedetto XVI qualche anno fa, c’è ancora un’opportunità per il cristianesimo oggi, in questo mondo? Rispose di sì, perché il cuore dell’uomo ha bisogno di qualcosa che solo Cristo può dare. La capacità di corrispondere al vero desiderio ultimo dell’uomo è ciò che renderà il cristianesimo attraente.

Lei sembra anche dire che dobbiamo avere coraggio in questo senso, non avere paura di sfidare l’opinione comune in questo mondo.

Ciò di cui non possiamo accontentarci è un cristianesimo ridotto, un po’ ambiguo, pensando che questa sia la via per incontrare tutti. No, dobbiamo viverlo coraggiosamente, pienamente, dobbiamo essere convinti, con la stessa audacia con cui Gesù entrò a casa di Zaccheo, senza in nessun modo censurare le cose che egli aveva fatto, ma disarmato, rispondendo a quello che lui aveva nel cuore. Storicamente, questo è un metodo assolutamente nuovo. Gesù stupì san Paolo nello stesso modo in cui stupisce noi. Non c’è nulla che sfidi il cuore di un uomo più di un gesto come questo, un gesto assolutamente sorprendente.

Un concetto chiave di Giussani, che lei ripete in tutto il libro, è che la fede è un «avvenimento». Può spiegare cosa significa e perché è così importante?

Che la fede sia un avvenimento significa che la vita di uno cambia quando egli incontra un fatto, come accadde a Giovanni e Andrea quando incontrarono Gesù. Non si può evitare la realtà di un fatto accaduto, non si può cancellarlo. Pensiamo a san Paolo, che era un persecutore dei cristiani, cercava di eliminarli; l’incontro con Cristo vivente rivoluzionò il suo modo di pensare. È come la scena descritta da Manzoni ne I promessi sposi… l’esperienza dell’incontro con qualcuno così capace di perdono fu tanto sorprendente che era impossibile non abbandonarsi alla sua forza attrattiva. Quando il cardinale saluta l’Innominato e questi gli dice: «S’io tornerò? Quando voi mi rifiutaste, rimarrei ostinato alla vostra porta, come il povero. Ho bisogno di parlarvi! ho bisogno di sentirvi, di vedervi! ho bisogno di voi!». Questo è il tipo di esperienza sconvolgente che cambia la vita, questo è la fede. [Il personaggio del cardinale ne I promessi sposi è ispirato dalla figura del cardinale Federico Borromeo di Milano, 1564-1631.] Papa Benedetto ha sempre detto che all’origine del cristianesimo non c’è una dottrina, un insegnamento, ma l’incontro con Cristo. La forma dell’«avvenimento» cristiano è questo incontro, non in maniera virtuale o solo come una proposta che fa uno qualunque. No, è un incontro così potente che non vuoi perderlo per il resto dalla vita.

L’obiettivo del suo libro è risvegliare la consapevolezza di questo avvenimento?

Sicuramente. Il problema è come comunicare questo avvenimento alle persone. È come l’esperienza dell’amore, dell’innamoramento… non avviene perché se ne parla, accade perché uno si innamora.

A un certo punto lei scrive che lo scopo della comunità – forse riferendosi a Comunione e Liberazione, ma anche più in generale alla Chiesa – è di generare «adulti nella fede». Cosa intende dire?

Intendo dire persone che siano rigenerate dalla partecipazione alla comunità cristiana, nel senso che acquisiscano una nuova capacità di affrontare la realtà, una nuova capacità di essere liberi in un modo diverso da prima. E una nuova capacità di trasmettere un senso di stupore agli altri. Se il cristianesimo non è in grado di generare un nuovo tipo di persone, allora rimarrà staccato dalla loro vita. Non c’è niente di più decisivo, nel momento presente, della capacità di generare adulti nella fede, adulti che vivono con libertà fra gli altri e che possono testimoniare la fede non solo quando vanno in chiesa o partecipano a qualche attività “altra” rispetto alla vita quotidiana, ma nel concreto del loro lavoro e della loro vita. C’è bisogno di persone che possano portare la novità della fede nel cuore del mondo, che suscitino la domanda: «Ma dove attingete questa novità, questa freschezza? Cosa c’è dietro?». La capacità di rispondere a questa domanda condurrà naturalmente le persone a qualcosa di più grande e migliore. Questa è una reale testimonianza di fede… anche se gli altri non arrivano a identificare il nome di Cristo, solo guardare a quella persona rende impossibile non volere capire che cosa la rende così. Vorranno sapere chi è il “terzo”, e questa è una testimonianza.

Solo una vera testimonianza può rendere visibile e tangibile l’avvenimento della fede… la capacità di rendere la fede qualcosa di ragionevole per gli uomini può venire solo da una concreta esperienza di essa, da un «avvenimento». Questo è ciò che permette che uno non abbia paura di non essere compreso, e che possa resistere alla tentazione di ridurre il cristianesimo a qualcosa d’altro.

Le chiedo io una cosa: perché noi pensiamo a volte che per rendere comprensibile un gesto gratuito esso debba essere ridotto a qualcosa d’altro, debba essere meno gratuito? Quanto più è gratuito, tanto più dovrebbe essere sorprendente e attraente, no? Non dobbiamo ridurre le cose perché siano comprese. A volte pensiamo che se uno non ha la fede, dobbiamo ridurre le cose perché le capisca. Ma è vero il contrario – quanto più un gesto è gratuito, come il perdonare qualcuno per un’offesa piuttosto che rispondergli allo stesso modo, tanto più ciò stupirà radicalmente quella persona. Non è che dobbiamo ridurre, smussare, per evitare lo scandalo… nessuno si è mai scandalizzato di essere perdonato.

Nell’ultima pagina del libro, lei scrive che la letizia è come il fiore del cactus. Cosa vuole dire? 

La fede introduce nella vita un’attrattiva, che nello stesso tempo ci attrae verso di essa ma non ci lascia soli. Niente sfida maggiormente una persona di qualcosa che risponde in totale pienezza a tutte le sue aspettative. Nulla trasforma radicalmente la vita come il compimento di tutte le sue promesse! Ecco perché la fede è come il cactus… è bellissimo, ci attrae a sé, ma nello stesso tempo punge. Possiamo accettarla o rifiutarla, ma niente trasforma e turba la vita con la stessa potenza.

Potremmo dire che questo libro è un tentativo di esprimere la visione dell’evangelizzazione che nasce da Giussani e che è stata amplificata dagli ultimi tre Pontefici?

Per me, la risposta è sì.

di John L. Allen e Ines San Martin (seconda e ultima parte)

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