IUS SOLI/ Come facciamo con quegli “italiani” che non lo vogliono?

- Paola Binetti

Lo ius soli sancisce uno di quei nuovi diritti individuali su cui si stanno scontrando le opposte fazioni politiche. Ma la dialettica spesso omette i problemi reali. PAOLA BINETTI

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Figlia islamica veste occidentale (LaPresse)

Lo ius soli sancisce uno di quei nuovi diritti individuali su cui si stanno confrontando e scontrando le opposte fazioni politiche, nella continua dialettica tra guelfi e ghibellini che da secoli attraversa il nostro Paese. La questione riguarda i minori nati in Italia da genitori stranieri residenti in Italia, con un curriculum scolastico che copra almeno la scuola dell’obbligo. Il che dovrebbe presupporre non solo una buona conoscenza della lingua e della cultura italiana, ma anche un’altrettanto buona capacità di relazione con i loro coetanei. Di fatto si tratterebbe di una integrazione maturata non solo sui banchi di scuola, ma anche nelle attività sportive e in tutte le mille sfaccettature della gestione del tempo libero dei giovani e giovanissimi. 

In un clima sociale sereno tutto ciò dovrebbe far pensare anche ad una buona integrazione dei loro genitori con i genitori dei compagni di classe; la comune partecipazione alle riunioni con i docenti, la valutazione condivisa del rendimento scolastico della classe, ma anche un’analisi attenta dei problemi dell’intero gruppo classe. Se poi si tratta di famiglie con due o tre figli l’effetto moltiplicatore della integrazione dovrebbe aumentare in progressione. Genitori aperti, italiani e non, insegnanti competenti, educatori e allenatori realmente sportivi, tutti insieme dovrebbero favorire questa profonda operazione interculturale volta ad abbattere resistenze e pregiudizi, per far emergere un clima di autentico rispetto reciproco, che ponga comunque in primo piano il dovuto rispetto alle norme, alle tradizioni, agli stili di vita propri della nostra storia e della nostra cultura. Il condizionale è d’obbligo perché troppo spesso le cose non stanno così, né da una parte né dall’altra.

Ci sono i pregiudizi delle famiglie italiane che sembrano preferire amici e compagni italiani a coetanei di altri paesi e altre culture. Ma ci sono anche i pregiudizi delle nuove famiglie che invece di aprirsi ad uno scambio costruttivo con la nostra storia, naturale conseguenza di una scelta fatta venendo in Italia, si arroccano in modo sempre più stretto alla loro storia di prima. Sembrano più impegnate a preservare le loro abitudini e le loro tradizioni anche sul piano delle consuetudini alimentari, che non aprirsi ad una nuova realtà scelta per sé e per i propri figli. Restano diversi e coltivano la loro diversità assai di più di quanto non facciano per aprirsi ed integrarsi nel nuovo Paese. Soprattutto gli adulti molte volte scelgono consapevolmente di essere e di sentirsi stranieri in Italia, creando un forte disagio nei figli. Per loro la forza attrattiva del gruppo, l’esperienza amichevole dei coetanei, l’affievolirsi di memorie che spesso non hanno vissuto in prima persona, e l’avventura quotidiana delle nuove scoperte fatte insieme, rende molto più semplice sentirsi come i loro compagni. 

Di fatto nel loro processo di maturazione, proprio in rapporto allo ius soli, la prima domanda da porsi riguarda proprio il suolo di riferimento. Di quale suolo stiamo parlando: di quello che la famiglia di origine porta con sé con tracce fortissime di linguaggio, di cultura, di norme e di criteri, o del nuovo suolo in cui debbono radicarsi, che a sua volta propone lingua, credenze e convinzioni, valori, abitudini del più diverso tipo?

Il vero dilemma riguarda il fatto che in ogni caso si tratta di ragazzi che vivono lungo una linea di confine, con frontiere ben definite. Ragazzi a cui a buon diritto i genitori chiedono non solo di non dimenticare da dove provengono, ma piuttosto di testimoniare la loro origine, con tutto il corteo di consuetudini che la caratterizza. La scuola dal canto suo, l’intera società italiana, chiede loro di assumere il prima possibile quell’habitus che dovrebbe farne degli italiani a tutti gli effetti, con conoscenze e competenze come gli altri. Il famoso inno di Verdi: Va pensiero… esprime questa straordinaria nostalgia dei genitori, che non cessano di sentirsi stranieri in Italia e che in un modo o nell’altro contagia i figli, facilitando o ponendo ostacoli molto sottili al processo di italianizzazione dei figli. E sono le ragioni più che ragionevoli degli adulti, italiani e stranieri: tutti hanno le loro ragioni e la difficoltà sta nella ricerca del punto di equilibrio che legittimi diritti diversi, posti su piani diversi, ma pur sempre diritti. 

Recentemente sono intervenuti in questo dibattito anche i pediatri italiani, che fortunatamente non fanno distinzioni tra i bambini: tutti ugualmente bisognosi delle loro cure per crescere sani e forti. La Federazione Italiana Medici Pediatri, la Fimp, chiede il riconoscimento del diritto ad ottenere la cittadinanza italiana per tutti i bambini nati in Italia da genitori stranieri, perché “il mancato riconoscimento di questo diritto influisce negativamente anche sulla loro crescita”. Secondo Giampietro Chiamenti, Presidente Nazionale della Fimp, questa condizione viene percepita dai ragazzi stranieri nati in Italia come una situazione di forte precarietà esistenziale e di possibile emarginazione. Tutto ciò pone le basi per un potenziale disagio psicologico ed adattativo, che contraddice la stessa dichiarazione della Convenzione sui diritti del fanciullo siglata a New York nel novembre del 1989 e ratificata dall’Italia nel 1991. Il documento infatti assicura a tutti i bimbi, in quanto tali, le condizioni per crescere nel migliore dei modi senza nessuna distinzione di età, religione e etnia.
 
Ma non basta riconoscere questo diritto ai minori, se non si interviene efficacemente sulla qualità del “suolo” che si offre loro in famiglia e a scuola, nello sport e in qualunque altra attività e circostanza. Cito, ad esempio, tre cose per noi irrinunciabili quando si parla di bambine prima e di donne dopo: no alle mutilazioni genitali, no alle spose bambine, no a mode e stili che impongano loro veli e coperture di vario tipo e genere. Solo una integrazione reale, rispettosa di tutti in egual modo, ma forte della convinzione che in Italia, come Paese, vanno conservate, coltivate e fatte sviluppare tutte quelle componenti che definiscono la nostra identità culturale, sociale e religiosa. L’Italia può e deve rimanere l’Italia, un Paese dalle antiche capacità di accoglienza e di interazione. Basta pensare al “civis romanus sum” della Costituzione antoniniana, emanata dall’imperatore Caracalla nel 212, che concedeva la cittadinanza a tutte le popolazioni abitanti entro i confini dell’Impero e non conosceva discriminazioni razziali o religiose. In compenso chiedeva a tutti di professore la fides romana, mix di valori, leggi, consuetudini che garantiva diritti ed esigeva i doveri corrispondenti. 

Non abbiamo pregiudizi, siamo convinti dei diritti delle nuove generazioni, ma abbiamo anche il dovere di salvaguardare una storia del diritto che è tutta italiana e che ben definisce i doveri corrispondenti. Anche questo è ius soli

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