I 40enni sono più soli?/ Figli, rapporti ‘selettivi’ e quella compagnia ‘di quantità’ che non regge

- Niccolò Magnani

I 40enni sono più soli? Lo studio Usa sulla solitudine e la vecchiaia: rapporti più selettivi e una compagnia di quantità che non regge più. Lo spunto, le critiche e la statistica

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Immagine di repertorio

Sì, non siamo in linea di massima dei grandi fan degli studi che ci dicono “perché pensiamo così”, o “perché viviamo in questo modo”, se mangiamo, se non dormiamo, se non siamo amati o ci sentiamo più soli. Eppure questo, seppur in apparenza (o forse anche in sostanza, in questo caso non è però il punto centrale, ndr) potrebbe rivelare alcuni punti assai interessanti per la società di oggi, Allora, lo studio Usa del dipartimento del Lavoro è pressapoco questo: “Più invecchiamo, più trascorriamo il tempo con la persona che vediamo allo specchio, ovvero noi stessi”. Tradotto, ogni anno che passa ci avvicina sempre di più alla solitudine: non si tratta di un inno alla vita da single, e neanche l’esatto opposto dell’ansia del rimanere da solo. Tra il 2003 e il 2015 lo scienziato Henrik Lindberg ha scoperto che più si invecchia più si passa più tempo con figli, parenti e amici “selezionati”. Si abbandonano gli amici in gruppo, si esce meno con i colleghi e i partner con la propria famiglia divengono la vera e “nuova” compagnia.

«Linda Carstensen, psicologa alla Stanford University, ha scoperto che i più anziani hanno meno stress e sono più felici rispetto ai più giovani, in pratica con l’età si trarrebbe più soddisfazione dalle relazioni che si hanno, indipendentemente dal loro numero», riporta il Corriere della Sera nel focus sullo studio Usa. Il problema però riguarda la qualità delle “nuove” relazioni: il piccolo circolo di sostegno infatti diviene fondamentale, ma se questo non avvenisse o non vi fossero le possibilità concrete di vivere rapporti del genere? Stando ad una ricerca del 2012 dell’Università della California, il 43% degli intervistati più adulti si è definito più solo: lo studio evidenzia che le persone socialmente isolate hanno un più alto rischio di ammalarsi e di morire prematuramente. Per una volta si rileva in uno studio statistico una conclusione solo di primo impatto “banale”: «Vale più la qualità di una relazione sul numero di ore trascorse con gli altri», quante volte lo abbiamo sentito dire? Tante, certamente.

Ma quanto può essere vero questa “conclusione”, specie in una dimensione della vita che intendiamo costruire sempre più come “individualista” e indipendente da tutto e purtroppo da tutti? La qualità di una persona che accompagni un tratto di vita tradizionalmente più malinconico e con meno forze a disposizione è qualcosa di insostituibile. L’amicizia di uno-due-cinque figure decisive per poter accompagnare la propria “vecchiaia” è qualcosa di desiderabile. Bene, gli studi valgono fino ad un certo punto, lo ripetiamo: ma ritrovarsi tra 20 anni magari a leggerne altri di meno o più rilevanza, insieme, con un bicchiere di buon vino, potrebbe davvero non avere alcun prezzo…

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