Guerra all’Isis, è finita?/ Caduta la Moschea di Mosul ma il nemico non è ancora abbattuto

- Niccolò Magnani

Guerra all’Isis, è finita? Iraq, caduta la Moschea di Mosul, il governo di Baghdad esulta ma il nemico non è ancora sconfitto. Il terorrismo e i mille volti dello Stato Islamico.

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Il "Califfo" Al Baghdadi (LaPresse)

La moschea di Mosul è stata completamente liberata dalla mano nera dell’Isis e in questo modo lo Stato Islamico che in quel luogo aveva visto la sua autoproclamazione del Califfo Al Baghdadi nel luglio 2014, viene del tutto sconfitto nello stato iracheno. Mosul è liberata, ma la guerra è davvero finita? Ne sono convinti i ministri del governo d’Iraq che in un annuncio festante a Sky News Arabia spiegano come «tutti i terroristi Isis sono stati eliminati o cacciati da tutti i quartieri della città»; mentre ancora in Siria si combatte strenuamente tutti i giorni sul campo per cacciare e annientare la presenza degli jihadisti sunniti dell’Isis, in Iraq con l’ultima mossa di attacco alla Moschea ormai mezza crollata da parte della coalizione irachena a guida Usa e Uk. Con la riconquista simbolica della moschea di Al Nura, potrebbe davvero essere concluso il potere e il periodo di esistenza operativa dello Stato Islamico? Ci permettiamo di dissentire dagli entusiasmi pur comprensibili del governo iracheno; in prima battuta, a livello del tutto operativo ancora non tutti gli jihadisti sono stati rintracciati sul territorio di Mosul e dintorni.

È una caccia all’uomo che prosegue da febbraio, in cui i peshmerga e le unità speciali avanzano faticosamente edificio dopo edificio, anche per via della presenza dei civili: ma non solo, in Siria come in Yemen, per non parlare della Libia, la presenza dell’Isis è purtroppo un dato ancora troppo presente e vivo per poter essere sconfitto definitivamente. Di certo, in questi ultimi due anni le sconfitte sul campo sono state sempre di più per Daesh che ha infatti dovuto modificare la propria tipologia di lotta all’occidente: non più foreign fighters, sempre più controllati e con sempre meno disponibilità economiche per organizzare l’addestramento in Siria o in Iraq.

È cambiato il terrorismo, ma questo non significa che sia completamente distrutto, come purtroppo gli ultimi attentati in Europa dimostrano. Non c’è più la forza militare sul campo, ma quell’ideologia profusa e diffusa sui canali web e sui “testimoni” di morte sparsi in Europa e nel mondo, è tutt’altro che conclusa o “abbattuta”. In Iraq un buon passo è stato fatto, ma per sconfiggere il terrorismo e il senso profondo della “guerra santa del terrore” ci vorranno molti più anni, molte più risorse e un profondo “antidoto” da spendere migliorando costantemente la nostra società e vita di tutti i giorni.

Il “virus” dell’Isis si diffonde e prende piede laddove trova un terreno “fertile” come il degrado delle nostre periferie, o di contro l’indifferente cultura ed educazione alla vita e alla bellezza. Non è con una Moschea mezza distrutta e riconquistata che si può festeggiare e cantar vittoria: il lavoro è lungo, l’urgenza però è molta e il desiderio di una speranza di pace futura resta sempre, per fortuna, assai vivo.

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