ATTACCHI A LONDRA/ L’altro è un bene: il concerto di Manchester batte l’odio del jihad

- Salvatore Abbruzzese

Dopo che gli attentatori del London Bridge avevano deciso di uccidere in nome di Allah, a Manchester 50mila ragazzi hanno affermato una differenza radicale. SALVATORE ABBRUZZESE

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Concerto Luciano Ligabue
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L’attentato alla Manchester Arena del 22 maggio in occasione dello spettacolo della pop-star Ariana Grande ha finito con il risolversi, domenica 4 giugno, in un clamoroso evento mediatico nel quale tutte le principali icone dell’universo del rock più popolare si sono offerte di partecipare al concerto di beneficenza a favore delle vittime. I due milioni di ricavato previsti e da devolvere alla croce rossa sono diventati otto. Trenta reti televisive di tutto il mondo, inclusa RaiUno, hanno trasmesso e commentato il concerto in diretta. Milioni di spettatori hanno ascoltato, ma soprattutto condiviso quella che in realtà, prima di essere una serata di musica, è stata soprattutto una scrosciante esaltazione di sentimenti e di affetti. Le reti televisive, moltiplicando ovviamente gli spettatori, hanno trasformato l’Old Trafford Cricket Ground di Manchester nella nostra agorà contemporanea. 

Così, mentre solo il giorno prima tre attentatori suicidi a London Bridge avevano deciso di travolgere passanti e uccidere a coltellate chiunque capitava loro a tiro inneggiando ad Allah, il giorno dopo a Manchester, cinquantamila ragazzi — e soprattutto ragazze — cantando gli inni dei loro beniamini, hanno applaudito, inneggiato, pianto e condiviso un’identità che proclama e afferma una differenza radicale, quella di una fraternità che li separa dal mondo dei jihadisti seminatori di morte. 

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Di fatto, centinaia di migliaia di giovani fans in tutto il mondo, sono usciti dal loro universo mediatico, fatto di musica e di puro spettacolo, per affermare in modo esplicito e planetario un principio di fraternità inteso come minimo comune denominatore possibile, come minimo vitale sul quale non si può transigere. Un discrimine non relativizzabile, un valore assoluto, quindi primo e non modulabile dalla catena infinita dei “se” e dei “ma” che paralizzano solitamente il nostro pensiero contemporaneo.

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Da oggi in poi, che lo vogliamo o no, i fans e le fans dei vari Oasis, Coldplay, Kate Perry, Ariana Grande, Justin Bieber, Robin Williams e decine di altri, non saranno solo noti per il loro entusiasmo spettacolare, al limite dell’esaltazione, ma anche per la solidarietà e la condivisione di sentimenti indispensabili per la società che abiteranno. Da oggi in poi ricorderemo questi “appena giovani” anche per la loro capacità di riconoscersi e di abbracciarsi, di inneggiare non a loro stessi o alla loro generazione, come spesso è accaduto a quanti li hanno preceduti, ma a un valore universale che ci riguarda tutti, la loro generazione come la nostra, e che è costituito da quel minimo vitale essenziale del quale loro (e noi) non possiamo fare a meno: la preziosa presenza degli altri e di ogni altro. 

Di fatto, se con l’attentato del 22 maggio ragazzini e ragazzine poco più che adolescenti sono stati vittime del delirio jihadista, domenica sera si sono rivelati al nostro mondo come altrettanti cittadini maggiorenni, difensori consapevoli di una civiltà che fa della fraternità la propria stella polare. L’industria dello spettacolo, il mondo leggero in ogni senso, li ha di fatto collocati, per una sera, in prima linea. Il senso di fratellanza, l’affetto per tutti, comprese le forze dell’ordine, mai amate e ringraziate abbastanza, hanno costituito così il tessuto condiviso, la trama di una rete sociale che, domenica sera, ha conosciuto la possibilità di vedersi e di riconoscersi anche al di fuori del proprio mondo. 

Il concerto di domenica 4 giugno ci aiuta così a vedere, una volta di più, una novità dietro una realtà che avevamo archiviato come già nota. Esattamente come anche l’attentato di sabato sera a Londra ci ha portato la notizia di eroismi imprevisti. Se da un lato, ancora una volta, ragazzi e ragazze innocenti, accoltellate per strada nel delirio di un degrado abominevole, fanno emergere l’orrore del fanatismo più becero, all’opposto, contro gli assassini si para un’umanità inattesa; un’umanità che recupera coraggio, come quello di chi ha affrontato gli accoltellatori armato solo di una sedia o di un manganello. O di chi, addirittura a mani nude, ha rischiato la vita (e forse l’ha persa) per difendere un donna. Emerge un’umanità imprevista, come quella dei due clochards di Manchester, che la sera del 22 maggio, presenti all’uscita del concerto per razzolare qualche penny si sono trovati a soccorrere ragazzini spaventati, e si sono scoperti a piangere, quindi a ritrovare la loro piena umanità, quando desiderando che questi ragazzi vivessero, se li sono visti invece morire tra le braccia.

È la stessa umanità che riempie di fiori St Ann Square di Manchester, Place de la République a Parigi o la Promenade des Anglais a Nizza per ricordare e per segnalare come questi assassini aprono una ferita indelebile, ma anche fondativa di principi non relativizzabili. 

E allora non si può non amare e non abbracciare quest’umanità ritrovata, che emerge dal dolore più profondo, dalla notte più nera, imparando a starle accanto ed a sostenerla.

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