Lidia Macchi/ La chiave del giallo nella lettera anonima? Il mistero del prete che scagiona Stefano Binda

- Emanuela Longo

Lidia Macchi, ultime news: in aula il perito grafologo nominato dalla Procura conferma la paternità della lettera di Stefano Binda, il parere di Roberta Bruzzone.

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Lidia Macchi

A 30 anni dalla morte di Lidia Macchi, la studentessa che secondo la Procura sarebbe stata uccisa dall’ex compagno di scuola Stefano Binda, sono ancora tanti gli interrogativi che ruotano attorno al decesso della studentessa 20enne trovata senza vita all’interno della propria auto la notte fra il 5 e il 6 gennaio 1987. Uno è quello riguardante don Giuseppe Sotgiu, oggi prete ma semplice universitario ai tempi del delitto, secondo cui Binda la notte dell’omicidio si trovava insieme a lui e altri amici in vacanza studio. Una tesi, questa, non confermata dai riscontri effettuati dagli inquirenti, che non hanno rinvenuto alcuna prenotazione effettuata a suo nome nei registri dell’albergo. Il prete nel frattempo, come riporta Varese Press, ha ricevuto una busta contenente carta igienica “sporca di marrone”. Uno scherzo di cattivo gusto? Un’intimidazione ben precisa verso il don accusato di falsa testimonianza e reticenza per i suoi tanti “non ricordo”? (agg. di Dario D’Angelo)

Il caso di Lidia Macchi, a distanza di 30 anni continua ancora a lasciare molti interrogativi aperti. Da oltre un anno il giallo ha vissuto una importante svolta in seguito all’arresto del presunto assassino della giovane studentessa assassinata con 29 coltellate. Stefano Binda, ex compagno di liceo di Lidia, dal 15 gennaio 2016 è in carcere con l’accusa di aver ucciso la ventenne. Un’accusa pesantissima alla quale si è giunti grazie ad una lettera anonima inviata alla famiglia della vittima nel giorno del suo funerale e della quale la Procura ne attribuisce proprio all’imputato la paternità. L’ultima udienza del processo a carico di Binda, come ricorda La Provincia di Varese online, è stata dedicata proprio alla missiva intitolata “In morte di un’amica”.

Secondo chi indaga, quella lettera può averla scritta solo l’assassino di Lidia Macchi o una persona che era ampiamente al corrente dei particolari macabri del delitto della giovane studentessa. Il primo vero colpo di scena si era registrato già lo scorso 12 aprile, quando in occasione dell’udienza iniziale, l’avvocato bresciano Piergiorgio Vittorini aveva asserito che l’autore della lettera sarebbe un suo cliente (rimasto anonimo) e non Stefano Binda. Eppure, stando alle parole di Susanna Contessini, perito grafologo dell’accusa, “quella lettera l’ha scritta Binda”.

Nessun dubbio, dunque, da parte dell’esperta che ha così confermato la paternità della missiva, come già sostenuto ad oggi dalla Procura. A sua detta, sia il tratto che la scrittura porterebbero con estrema certezza all’imputato 49enne. Uno dei segni maggiormente riconducibili a Binda e che contribuirebbero a evidenziare l’attribuzione della missiva, sarebbe la lettere “G”, alla luce della sua declinazione e allungamento. Una consulenza certamente importante, quella riferita in aula dal perito grafologo incaricato, anche perché secondo la procuratrice Gemma Gaudio, la lettera conterrebbe al suo interno la precisa descrizione della scena del crimine, come se fosse una sorta di confessione, nonché la richiesta di perdono per l’omicidio commesso.

Se per l’accusa, dunque, non ci sarebbero dubbi sul fatto che a scrivere la missiva sia stato Stefano Binda, presunto assassino di Lidia Macchi, non sarebbe del medesimo parere la difesa. Dal canto proprio, infatti, il consulente incaricato avrebbe giudicato non esatte le perizie eseguite da Susanna Contessini, aspetto che avrebbe ferito quest’ultima, come evidenziato dalla stessa in aula. Sulla missiva anonima si è espressa di recente anche la criminologa Roberta Bruzzone, tramite le pagine del settimanale Giallo.

L’esperta ha ripercorso le ultime fasi del processo sul delitto di Lidia Macchi per poi giungere ad una conclusione importante, non solo alla luce delle consulenze grafologiche di accusa e difesa ma anche della presenza di un altro uomo che avrebbe reclamato la paternità della lettera “In morte di un’amica”. “Stabilire chi ha davvero scritto quella inquietante missiva rappresenta, a mio avviso, il nodo cruciale da sciogliere”, ha commentato l’esperta. La chiave del mistero, dunque, sarebbe rappresentata proprio dall’elemento che ha contribuito, oltre un anno fa, ad arrestare il presunto assassino della studentessa di Varese.

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