Riina ai domiciliari?/ Salvatore Borsellino: “Sapeva che, in caso di arresto, non sarebbe morto in carcere”

- Morgan K. Barraco

Rita dalla Chiesa, figlia del Generale dalla Chiesa, ucciso per mano di Cosa Nostra, punta il dito contro la decisione della Cassazione di valutare gli arresti domiciliari per il boss.

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Totò Riina
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Nella discussione sulla decisione della Cassazione di valutare concretamente gli arresti domiciliari in favore di Totò Riina, gravemente malato, si è espresso anche Salvatore Borsellino, fratello del noto giudice massacrato nella strage di Via D’Amelio. Salvatore si è dichiarato sconvolto dalle ultime novità sul caso e ieri ha rilasciato una interessante quanto drammatica intervista al Corriere, rivelando i suoi dubbi di fronte alla sola idea che si possa “anche lontanamente pensare a una morte dignitosa per una belva come Totò Riina”. “La Cassazione dovrebbe solo ricordare di avere davanti uno che ha fatto a pezzi i servitori dello Stato e che ha ordinato di sciogliere nell’acido perfino un bambino”, ha tenuto a ricordare Salvatore Borsellino, visibilmente e comprensibilmente adirato alla sola ipotesi avanzata dalla Cassazione. Poi usa parole altrettanto forti per chiarire come “Riina, quando ha scatenato la sua furia contro Falcone e Paolo Borsellino, sapeva che, in caso di arresto, non sarebbe morto in carcere”.

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A tal proposito parla di “una cambiale” pagata dallo Stato e contratta con un mafioso “per armare la sua mano ed eliminare il vero ostacolo alla trattativa fra lo stesso Stato e la mafia”. Poi lancia una minaccia: se davvero la Suprema Corte dovesse valutare concretamente una scelta simile, allora Borsellino si dice pronto ad annullare l’anniversario in programma per il prossimo 19 luglio: “Che cosa commemoriamo a fare 25 anni dopo? Vogliamo commemorare Paolo mettendo in libertà l’assassino dei suoi ragazzi fatti a pezzi in via D’Amelio?”, si domanda il fratello del magistrato ucciso. Domande che fanno riflettere e alle quali è difficile dare una risposta senza pensare alle conseguenze delle azioni di Riina 25 anni fa. (Aggiornamento di Emanuela Longo)

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Totò Riina potrebbe uscire dal carcere: l’apertura è arrivata dalla Cassazione, ma l’ultima parola spetta al tribunale di sorveglianza di Bologna. Nel frattempo la notizia sta suscitando tantissime reazioni. Come quella di Rita dalla Chiesa, figlia del Generale ucciso per mano di Cosa nostra: «Ho visto durante il maxi processo dietro le sbarre i più grandi boss mafiosi. Uscendo dall’aula di Palermo a me e ai miei fratelli mancava la voce, perché avevamo paura di ammettere di aver provato una sorta di pietà nei loro confronti, perché si erano giocati la vita per finire dietro le sbarre». Ha diritto a morire dignitosamente? Il problema è che per molti potrebbe essere ancora pericoloso: «L’opinione pubblica è allibita da quanto sta avvenendo. Se tutti sono d’accordo nel dire di fare attenzione, perché può essere ancora pericoloso, mi fido dei magistrati. Io credo che sia ancora molto pericoloso», ha dichiarato Rita dalla Chiesa a La Vita in Diretta. (agg. di Silvana Palazzo)

A meno di due settimane dalle celebrazioni in onore di Giovanni Falcone, a poco più di un mese dall’anniversario dell’uccisione di Paolo Borsellino, la Cassazione apre alla scarcerazione di Totò Riina. Sembra davvero una provocazione, trattandosi del più sanguinario dei mafiosi. Decideranno i giudici del tribunale di sorveglianza di Bologna il prossimo 7 luglio. Ma se Riina non è più pericoloso o in grado di ordinare trame e delitti, perché il pubblico ministero palermitano Nino Di Matteo è sotto scorta? Se lo chiede Repubblica, che evidenzia un altro aspetto di questa vicenda. Riina non si è perso un’udienza del processo sulla trattativa Stato-mafia, presentandosi in aula disteso su una barella. Le sue condizioni non possono essere paragonate a quelle di Bernardo Provenzano, alimentato con un sondino negli ultimi mesi. Eppure la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dato ragione a chi ha tenuto l’altro boss mafioso al 41 bis fino al giorno della sua morte. Provenzano, ormai ridotto a un vegetale, doveva stare rinchiuso, mentre Riina può tornare libero? (agg. di Silvana Palazzo)

Continua il dibattito su Totò Riina dopo che la Cassazione ha aperto alla possibilità che venga scarcerato viste le sue precarie condizioni di salute. Come riferito da Il Corriere della Sera, ad esprimersi favorevolmente rispetto a questa ipotesi è stato l’ex Ministro dell’Interno e oggi governatore della Regione Lombardia, Roberto Maroni, che ha detto:”Non sono d’accordo con chi dice che deve morire in carcere perché Riina è Riina. Riina lo conosciamo bene, è il boss dei boss, però c’è un livello di umanità che deve prevale quando uno sta per morire”. Sottolineando di essere “d’accordo con quanto dice la Cassazione”, Maroni ha concluso:”L’ultimo atto di vita deve essere garantito in modo dignitoso a chiunque, anche al peggiore dei criminali. Altrimenti tanto vale reintrodurre la pena di morte, che abbiamo tolto proprio perché la consideriamo ingiusta: se sei colpevole devi espiare la tua colpa, ma io non ti privo della vita”. (agg. di Dario D’Angelo)

Totò Riina, il capo di Cosa Nostra, deve restare in carcere. Lo ha detto, in un’intervista a Il Corriere della Sera, il Procuratore Nazionale Antimafia, Franco Roberti, dicendosi certo che la sentenza della Cassazione che ha aperto al deferimento della pena del boss mafioso non verrà accolta. Roberti ha motivato perché Riina non ha diritto di uscire dal carcere nonostante le sue difficili condizioni di salute:”Vorrei ricordare che il pubblico ministero Nino Di Matteo vive blindato proprio a causa delle minacce che Totò Riina ha lanciato dal carcere. Se non è un pericolo attuale questo, mi chiedo che altro dovrebbe esserci”.

Secondo Franco Roberti, Riina non solo deve rimanere in cella, ma anche al 41bis, il carcere duro:”Dico per Riina quello che avevamo già sostenuto nel caso di Bernardo Provenzano, che era in condizioni addirittura più gravi: deve rimanere in carcere al 41 bis. Quando abbiamo sostenuto questa tesi ci siamo esposti, ma alla fine abbiamo avuto ragione (…). Non basta dire che siccome è malato allora bisogna portarlo da un’altra parte. La forza di uno Stato di diritto si misura sulla capacità di far valere anche i diritti dei peggiori criminali, ma quando davvero vengono messi in discussione. E io posso assicurare che in questo caso non è così”. (agg. di Dario D’Angelo)

La notizia diffusa ieri riguardo ai possibili arresti domiciliari di Totò Riina continua ad indignare gli italiani, soprattutto le famiglie delle vittime che hanno perso la vita per mano di Cosa Nostra. Fra questi anche Rita dalla Chiesa, al fianco del padre sia nella vita che nella morte, e che di quella tragedia che ha colpito il nostro Paese ha fatto baluardo di giustizia.

Rita dalla Chiesa non ci sta e punta il dito contro la decisione della Cassazione di valutare gli arresti domiciliari per Totò Riina, a causa dei suoi gravi problemi di salute. E di quel padre di cui porta il nome e che rimane una delle icone più importanti della lotta contro la mafia, ricorda come la sua morte non sia stata dignitosa. Né quella del Generale Carlo Albero dalla Chiesa, nè di Domenico Russo e della moglie. “L’hanno ammazzato lasciandoli in macchina senza neanche un lenzuolo per coprirli”, ha riferito Rita dalla Chiesa all’Adnkronos, “quindi di dignitoso, purtroppo, nella morte di mio padre non c’è stato niente”. 

Parole amare in cui è evidente una forte delusione nei confronti della giustizia, la stessa per la quale lei per prima ha sempre nutrito una grande fiducia. Come dimostra quanto Rita dalla Chiesa sta insegnando al nipote. “Lo porto sembre in mezzo ai carabinieri”, continua, “faccio quello che avrebbe fatto mio padre”. Tuttavia, questo non basta perché non si insinui un dubbio proprio per quella legalità e giustizia che spesso ha commesso degli errori. 

“Forse sto sbagliando tutto”, sottolinea ancora, ricordando come esistano in Italia e nel mondo diversi casi di malati che in seguito si riprendono all’improvviso. E’ forse questo il caso di Totò Riina? Un dubbio che alberga anche nel cuore di Nando dalla Chiesa, il figlio del Generale e Direttore dell’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata. “Occorrono fior di perizie per decidere se effettivamente qualcuno stia davvero morendo”, ricorda infine. 

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