TOTO’ RIINA/ “Ci hai fatti morire torturati, ti facciamo morire in pace”: ecco la vera vendetta

- Marco Pozza

La Cassazione respinge l’ordinanza del tribunale di sorveglianza di Bologna e concede a Totò Riina il “diritto di morire dignitosamente”. In arrivo la detenzione domiciliare. MARCO POZZA

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Totò Riina (Foto da Wikipedia)

Qualcuno di noi portava le infradito, altri facevano tuffi nel mare, qualcuno era rimasto a casa: era estate e nessuno immaginava, nell’anno 1992, d’essere spettatore del funerale della sua Nazione. In-diretta-tv, o quasi, assistemmo alla carneficina del giudice Borsellino. Due mesi prima di Giovanni Falcone, qualche mese dopo di don Pino Puglisi. La Sicilia — per noi era il mare azzurro, granite e fichi d’India — diventava lo scenario di una lotta cruenta: un pugno di gente s’era intestardito nel tenere sotto scacco la speranza di un’isola, il futuro dell’Italia. 

Quella combriccola aveva nomi e cognomi, spesso esibiti con l’arroganza tipica di chi avverte d’essere immune, impunibile, invincibile. Due su tutti: Totò Riina e Bernardo Provenzano. Non loro due soli, non certo due come gli altri. D’allora la nostra immaginazione venne scalfita per sempre: ancora speranza, certo, ma ad un prezzo salato. La nuova moneta era il sangue: tolto, lasciato, vendicato.

Sono passati cinque lustri: la ferita ancora spurga, la memoria piange. La notizia di un’eventuale possibilità che uno dei due, Totò Riina, possa anche solo godere di una “morte-dignitosa” all’esterno della galera suona offesa, indigna. Il motivo? Esistono uomini che, accecati dal potere, amano apparire così potenti da divenire la fisionomia stessa di quel potere: “Io ho iniziato da zero. La mia famiglia diventò una bomba” è una delle ultime intercettazioni captate al boss di Cosa nostra. La “premiata-ditta” Riina-Provenzano non è una coppia d’affiliati: la giustizia li identifica con la mafia-stessa. Gli stessi appartenenti riconoscono in loro, seppur massacrati nel fisico, l’ago della bilancia per la sussistenza stessa del potere: “Se non muoiono tutti e due, luce non ne vede nessuno” confidano tra loro due mafiosi di Palermo intercettati dai Ros. 

E’ gente che ha sposato le logiche del male fino all’ossessione: al punto da diventare essi stessi, agli occhi dei più, una possibile incarnazione di che cos’è il Male. E al male, badate bene, non è lecito concedere la minima percentuale di pietà. Spietato lui, spietati noi col Male: Cristo stesso odia la pace in chi ha mandato a imbastire giusta guerra al Male. “La misericordia, cristiani, non funziona con Riina?” dirà chi pratica il cristianesimo-a-spizzichi. In tempi-di-saldi del concetto, sarà bene ricordare che cos’è misericordia: “Mondami dal mio peccato. Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi” (Sal 50,4-5). Primo-passo non è chiedere a Dio la giustificazione dei misfatti, ma il grido dell’uomo che chiede di essere guarito, perdonato. Senza la richiesta, Dio resta-in-attesa: e noi con Lui. Impotente/i.

Nessuna pena divenga tortura, nemmeno per Riina. Chi scrive è convinto che una “morte-dignitosa” sia la risposta più tremenda da far trovare in punto di morte all’uomo efferato: “Ci hai fatti morire torturati, ti facciamo morire in pace”. La disfatta della vendetta ha un nome: non-vendetta, per alcuni perdono. 

Non giustificando chi vorrebbe rispondere con il male al male, tuttavia risulta assai complicato credere che a qualche professionista del male non sia sufficiente uno sguardo, una parola soffiata, un gesto scribacchiato in aria per continuare a comandare: “Comanda con gli occhi” ha dichiarato Nicola Gratteri. Immaginare Riina che — in nome di una “morte-dignitosa” che, ne sono certo, debba valere per tutti — trascorre l’ultimo periodo della sua vita nella Sicilia che ha profanato tentando di plasmarla “a sua immagine e somiglianza” (citazione dannatamente biblica), immagino faccia rizzare i capelli a più di qualcuno. 

Chi deciderà lo farà con cognizione di causa: rimane il fattore opportunità. Dal momento che certi uomini hanno fatto di tutto, anche l’ignobile, nel sogno di diventare dei simboli, il simbolismo non potrà non entrare in gioco nella valutazione dei singoli casi. Per non contribuire a far dimenticare che il successo delle mafie è d’apparire agli occhi della gente modelli vincenti. Vincerà lo Stato quando si mostrerà modello vincente: lo diceva Giovanni Falcone. Anch’esso un simbolo, della stessa Italia.

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