LA MAMMA DEL KAMIKAZE ITALIANO/ Valeria-Kadija, il tuo islam ci “salvi” da tuo figlio

- Vincent Nagle

“Sono grata alla polizia per il lavoro che faceva”; “mio figlio ha fatto una cosa atroce, persino chiedere perdono è banale”. Il coraggio di Valeria, madre di Youssef. VINCENT NAGLE

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È difficile sapere come prendere le parole della mamma di Youssef Zoghba, giovane italo-marocchino ucciso sabato dopo aver accoltellato a morte i passanti urlando “Allah al Akbar” nell’ultimo attacco dell’Isis a Londra, sabato sera. È difficile saper prendere la parole di questa signora di Bologna, nata Valeria ma che ora si fa chiamare Khadija, perché è difficile leggerle staccandosi del tutto dalla rabbia che bolle dentro per i crimini di suo figlio, crimini nati, almeno nominalmente, dalla fede che lei stessa gli ha trasmesso. 

Però la sincerità con cui parla, colpisce. Per lei è un orrore. Resiste a qualsiasi tentazione di giustificare, scusare o in qualche modo diminuire la colpa di suo figlio. Quando pensa al fatto che gli imam non vogliono concedere il funerale a Youssef, capisce. Non vuole andare a Londra, anche perché “chiedere perdono ai familiari delle vittime sembra quasi banale”. Per lei delle semplici parole sembrano quasi offensive in risposta al danno inflitto.

“Io sono grata alla polizia per il lavoro che faceva: ogni volta che mio figlio veniva qui (per una visita da Londra) c’era uno della Digos che lo seguiva. Anche quando (Youssef) voleva partire (da Bologna) per Istanbul per poi andare in Siria ho detto loro di trattenerlo”. Davanti all’errore sanguinoso e terrificante di suo figlio, Valeria non vela i fatti, anzi dimostra un coraggio non comune. È il coraggio di guardare alla vita e alle scelte del figlio e di giudicarle per ciò che sono. Lei, 68enne, dice di essere stata hippy, poi buddhista e infine musulmana. Dice che il suo è stato un “percorso di consapevolezza” e, ascoltandola, le si crede. 

Quello che Valeria invece vuole difendere a tutti costi è l’islam stesso, almeno il modo in cui lei lo ha vissuto. Per lei, convertita all’islam in seguito al matrimonio a Fez, dove ora risiede il padre di Youssef e dove per lo più è cresciuto e ha studiato suo figlio, l’islam non può avere nessuna colpa. “Mio figlio me lo ha portato via l’ignoranza e la cattiva informazione. Il cattivo islam e il terrorismo sono questo.  Ignoranza e cattiva informazione”.  

Evidentemente la base dell’esistenza di Khadija sta in questo, la sua identità si trova lì, nell’esperienza dell’islam che lei vive ormai da anni. Ed è questo il punto a cui si aggrappa, il nocciolo che difende. “Per noi, l’islam vero è altro, è cultura e conoscenza”. Dice che il padre — suo marito — è un “moderato” e che la “radicalizzazione” porta a un “mondo di stupidi radicalismi”.

Ma il punto più interessante sta nel fatto che Khadija si lascia provocare, rifuggendo da questa deriva così diabolica. “Ai ragazzi della sua età dico che devono studiare, conoscere e capire. È l’unico modo per difendersi dal radicalismo”. Fa già delle proposte. “Posso fare qualcosa contro il terrorismo. Posso fare dei corsi di antropologia delle religioni anche qui, anche a Bologna”.

È uno spettacolo vedere il coraggio, la consapevolezza e la libertà di questa donna. E anch’io, anche noi possiamo sottoscrivere la sua proposta di educare come l’unico vero antidoto al fanatismo, alle ideologie. Io stesso ho vissuto diversi anni in Marocco, e mentre lei, secondo i giornali, era immersa in un movimento di nome Tabligh Eddawa, io ero vicino a una comunità dei Fratelli musulmani. Durante tanti anni di vita in Medio oriente, ho visto che si può fare nell’islam una autentica esperienza religiosa, raggiungere una vera maturità spirituale. Khadija sembra un esempio di questo. Non ho mai creduto in un islam moderato, e non ci credo oggi. Ma prego che l’esperienza di questa donna, sua e di altri, possa introdurre una cosa nuova nel mondo, e dalla violenza e dall’odio nascano cultura e consapevolezza.

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