SUICIDIO A DISTANZA/ La fidanzatina, 17enne, ordina al suo ragazzo di ammazzarsi

- Paolo Vites

Secondo l’accusa una ragazza di 17 anni ha convinto il fidanzato a uccidersi perché in cerca di attenzione da parte dei familiari, ecco cosa ribatte la difesa in questa storia

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Michelle, la ragazza accusata di aver spinto il fidanzato a uccidersi

E se invece di crisi dell’educazione, genitori assenti, social network, realtà virtuale, i ragazzini di oggi fossero semplicemente degli psicopatici cattivi peggio di un terrorista dell’Isis? Certo, anche in questo caso un motivo per risalire a tanto cinismo riusciremmo comunque a trovarlo dando la colpa alla società e quant’altro. O magari più semplicemente il caso che stiamo per raccontare dimostra una immaturità travestita dalla voglia di far del bene ma che non sa distinguere giudizio e azione. 

Il tutto risale a tre anni fa quando Conrad, un ventenne del Massachusetts, si chiude nella sua macchina e lascia che l’abitacolo si riempia di monossido di carbonio, un modo classico per uccidersi per avvelenamento. Tre anni dopo la fidanzatina Michelle allora 17enne è sotto processo per omicidio colposo, anche se avvocati e giudici sono pieni di dubbi: non esiste una legge su un fatto del genere non si può in teoria accusare penalmente una persona responsabile per il suicidio di un’altra.

L’accusa chiede per lei 20 anni di carcere. Secondo ricostruzioni accertate, sarebbe stata lei a spingere il ragazzo a uccidersi. Gli ha mandato una serie di messaggini sul cellulare: “Sei pronto e preparato, tutto quello che devi fare è accendere il motore e sarai libero e felice; devi farlo, più continui a non volerlo e più starai male”; “Basta pensare, devi solo farlo, ci vorranno venti minuti non è una gran cosa” gli scrive al telefono da 50 chilometri di distanza. Lui a un certo punto sembra cambiare idea, apre la portiera per scendere ma lei che è rimasta sempre al telefono lo convince a risalire. Resta attaccata al cellulare fino all’ultimo, ascoltandolo morire pian piano tra le lacrime (di lui, non di lei). Per la difesa Michelle avrebbe agito a fin di bene in quanto Conrad sarebbe stato un depresso che da tempo voleva uccidersi: “È un caso di suicidio, non di omicidio, Michelle è stata trascinata in tutto questo”.

Avrebbe anche cercato di convincerlo a non farlo. L’accusa ribatte che Michelle voleva solo attrarre l’attenzione di amici e familiari, facendo la parte della fidanzata addolorata in cerca di consolazione e carezze. Insomma lo avrebbe manipolato fino a spingerlo a uccidersi. Non si sa come andrà a finire. La storia probabilmente si può riassumere in una forma di malattia mentale di entrambi i protagonisti, e allora davvero ci si chiede che mondo è questo che lascia i ragazzi soli davanti alla morte, incapaci di distinguere il bene vero dal male reale.

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