SILVIA RUOTOLO/ Vent’anni dopo, una mamma innocente uccisa dalla criminalità: cosa resta

- Paolo Vites

Silvia Ruotolo era una mamma che portava a casa la figlia dall’asilo, fu uccisa durante uno scontro gra gang della camorra. La figlia, oggi assessore a Napoli, ricorda quel giorno

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Incidente stradale (Immagine di repertorio, LaPresse)

Vittime innocenti di sparatorie fra membri di gang della camorra. A Napoli è una consuetudine: ti trovi in mezzo alla folla, anche in centro, loro sparano, se ne fregano di chi c’è o non c’è, le belve sanguinarie. Loro devono regolare i loro sporchi conti, di fatto sono loro i padroni della città. Così successe l’11 giugno di dieci anni fa quando una mamma, Silvia Ruotolo, stava tornando a casa con la figlia più piccola dalla recita dell’asilo. Una mamma felice e la sua bambina. L’altra figlia, più grande, le aspettava guardando dalla finestra altrettanto felice. Poi colpi di arma da fuoco e la mamma che cade colpita a morte. La figlia lla finestra vent’anni dopo ricorda quei momenti: ricordo solo l’urlo che lanciai per chiamare mia madre, dice.

Quella bambina terrorizzata Alessandra Clemente è oggi assessore alle politiche giovanili della città: «La vita mi ha messo duramente alla prova. Però sono qui, in piedi. Mi hanno tolto un passato, forse anche un pezzo di presente. Ma non il futuro nel quale continuo a credere. E sto meglio io di chi ha ucciso mia madre». In una intervista su Repubblica oggi dice che la condanna di esecutori e mandanti è stata fondamentale per farle ritrovare fiducia. Alessandra racconta anche che la vicinanza e la solidarietà della gente comune è stata un grande aiuto: “Ho incontrato chi, passando quel giorno in motorino per Salita Arenella, ha visto mia madre mentre chiudeva gli occhi per sempre e ha voluto dirmi: “Devi sapere che non ha sofferto”.

Si è presentata una donna che aveva testimoniato al processo: “Hai capito chi sono?”. A Procida mi ha chiamato un signore: “Io abitavo là, mi sono commosso”. Un esercito silenzioso. Quello che mi è stato tolto, l’ho riavuto almeno in parte sotto forma di affetto, vicinanza, comunanza di ideali». Poi il padre che insegna a lei e agli altri figli la capacità di non odiare chi ha commesso il male. E oggi? La gente comune continua a morire per le strade di Napoli, è cambiato qualcosa? Cambierà mai in questa città insanguinata? «La vera sfida è nella tenuta dei servizi sociali. Vorrei poter aprire ogni giorno un nuovo asilo nido o una nuova biblioteca.

Questo garantirebbe il salto di qualità. La cultura ha una potenza enorme. Io non mi arrendo. Sono grata a Luigi de Magistris per avermi dato la possibilità di riscoprire il lato di me che inorgogliva mia madre, quando mi chiamava: “L’avvocato della classe”. Vent’anni dopo, l’urlo che lanciai dal balcone si è trasformato in un’altra cosa. Chi uccide è condannato al carcere. Noi siamo condannati all’impegno. È una bella condanna».

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