18ENNE UCCISO A MILANO/ La città dove nessuno ha più nulla in comune con gli altri

- Laura Cioni

Milano. Un 18enne italiano, Roberto Farouk Samir Halim, è stato ucciso in piazza Tirana da un marocchino 52enne, pregiudicato. L’odio pronto a scoppiare in ogni istante. LAURA CIONI

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Carabinieri (LaPresse)
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Sulla Milano nebbiosa del commissario Nardone splendeva fioca la luce della Madonnina. Erano anni di guerre spietate tra la mala e gli uomini della pula. Intanto c’era chi si arricchiva, chi si godeva la vita, chi si arrabattava per campare alla meno peggio. Si lavorava sodo in una città che non aveva tempo di stare con le mani in mano. Poi è venuta piazza Fontana e le rivolte degli studenti, poi Tangentopoli, poi l’Expo. E la Madonnina è stata sì superata in altezza da splendide costruzioni, ma continua a illuminare i dolori, gli amori, la solidarietà dei milanesi.

Anche ieri sera, quando in un bar della periferia sud-ovest, in piazza Tirana, per una frase in difesa della salute dei bambini, un giovane è stato ucciso con due colpi di cacciavite al cuore e la polizia, giunta in forze, ha faticato a sedare la rissa e a strappare l’assassino al linciaggio. La vittima, un italiano diciottenne di origini egiziane. L’uccisore un pregiudicato irregolare marocchino. Uno spaccato della Milano di oggi e non tanto perché coinvolge due uomini in modi diversi provenienti  da altre nazioni, quanto per l’esiguità dei motivi che scatenano una violenza fulminea, per l’arma impropria usata per sfogare una rabbia chissà da quanto repressa.

Non ci sono più a Milano i vecchi mezzi pubblici verde scuro, ora i tram e le filovie sono in gran parte di colore arancio, c’è la metro e l’aria condizionata. Ma tram e filovie restano lo stesso un ottimo punto di osservazione per chi voglia farsi un’idea dei comportamenti della gente. 

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Vario è il colore della pelle e i vestiti sono spesso piuttosto pittoreschi e succinti. Domina la solitudine, mascherata dai telefonini sui quali si gioca, si chatta, si messaggia, si fanno interminabili conversazioni, del tutto sconnesse da quanto succede intorno. Oppure ci si dedica al trucco. Pochi leggono. Raro è chi lascia il posto agli anziani. La mamme fanno sedere i bambini. I giovani in gruppo sono rumorosi. E’ lo spaccato di un insieme di persone che sembrano non avere niente in comune. Si tocca con mano una estraneità che solo per il breve tempo del tragitto non diventa ostile.

Ecco il punto di contatto con quanto è successo in piazza Tirana: non appena avviene la richiesta di spostarsi a fumare, scatta la reazione violenta. L’uomo è ubriaco, ed è solo. La voce di un altro uomo lo strappa al suo comodo. E lui lo uccide.

Un delitto che nella sua follia descrive il clima torrido, e non solo per l’afa, nel quale si svolgono i nostri giorni e le nostre notti. Anche quelle della movida, degli ambienti bene, in cui non si uccide, ma si ripete il rito collettivo di piaceri effimeri e proibiti.

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Meglio la nebbia che accompagnava le indagini del commissario Nardone? Meglio il fumo dei lacrimogeni e le sprangate? O la violenza tacita delle carte bollate? Ogni tempo ha la sua pena, quella che può portare.

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