INCENDIO VESUVIO/ Dolo, incuria o distrazione, è un attentato alla dignità di tutti

- Alfonso Ruffo

Il dramma incendi sta toccando molte zone del sud del paese, dalla Sicilia alla Campania dove ci sono fiamme alle falde del Vesuvio. Le parole del cardinale di Napoli. ALFONSO RUFFO

incendio_napoli_vesuvio_lapresse_2017
Napoli (LaPresse)

Può mai essere vera questa storia dei gatti, almeno otto, incendiati e lanciati a morire carbonizzati nelle zone più intricate della rigogliosa vegetazione del Vesuvio per appiccare quel fuoco che da giorni sta offendendo la vista e l’olfatto dei napoletani e dell’intera Campania?

È mai possibile che oggi, nel 2017, terzo millennio dalla nascita di Cristo, un pugno di criminali (come chiamarli, altrimenti) riesca a concepire e mettere in pratica due delitti così efferati nei confronti di animali inermi e della natura, senza contare l’offesa alla popolazione?

No, questa storia non è vera. Ma il semplice fatto che sia stato possibile pensarlo e scriverlo e commentarlo la dice lunga sulla fiducia degli uomini sugli uomini e della crudeltà che siamo disposti ad accettare, pur rabbrividendo delle forme che prende o che le diamo trasformandola in spettacolo.

Le immagini raccontano di questa enorme nuvola di fumo e cenere che sovrasta il Gran Cono e si estende sulla città e molta parte del territorio circostante ammorbando l’aria, minacciando le case con gli abitanti, rendendo impossibile il regolare svolgimento delle attività economiche senza distinguere tra lecite e abusive.

Ammesso che il dolo non c’entri nulla (ma questo è più difficile crederlo) non c’è comunque da stare allegri, se è vero che assieme agli aghi di pino e alle piante secolari bruciano sostanze tossiche che qualcuno ha ben pensato di affondare in terreni che dovrebbero essere protetti. 

Lo Sterminator Vesevo, che tanto rispetto deve incutere a chi sa che non è morto ma semplicemente dorme placido (e perché risvegliarlo?), è oggi ritratto in un vapore maleodorante che arde la gola e fa tossire chi lo respira senza nemmeno avere la genesi tragica ma eroica di una vera eruzione.

Che il fattaccio sia dovuto a un atto scellerato e consapevole, che sia conseguenza dell’incuria, della distrazione o della mancata manutenzione, che la responsabilità sia di uno o di molti, poco cambia agli effetti pratici. La montagna è ferita, nell’immagine e nella dignità.

Chiunque siano, i responsabili si sono meritati l’anatema del cardinale di Napoli Crescenzio Sepe: “Non sappiamo se e quando la giustizia umana riuscirà a dare il suo verdetto di condanna — si legge in una nota —. Abbiamo la certezza, però, che la condanna di Dio è già in atto e pesa sulla coscienza di chi, ritenendo di agire impunemente, ha voluto ‘uccidere’ l’ambiente, si è messo fuori dalla grazia di Dio ed è in peccato mortale”.



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori