PRETI NEI CAMPI DI STERMINIO/ 2579 sacerdoti nei lager: tabernacoli segreti e il sacrificio di Padre Kolbe

- Paolo Vites

Furono migliaia i sacerdoti e i monaci imprigionati nei campi di concentramento nazista, un libro ne racconta l’incredibile vicenda, ecco di cosa si tratta

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Santo del giorno: San Patrizio

Non se ne parla mai, a parte il caso di San Massimiliano Kolbe, il sacerdote che si offrì al posto di un altro prigioniero facendosi uccidere nel campo di concentramento di Aushwitz. Eppure furono esattamente 2579 i sacerdoti, i monaci e i seminaristi rinchiusi nei lager tedeschi, dei quali ne morirono 1034. Imprigionati come prigionieri politici, i primi furono rinchiusi già nel 1933 a Dachau, il primo campo di concentramento aperto dai tedeschi. Un libro di un giornalista francese, Guillaumne Zeller, “I preti di caserma: Dachau, 1938-1945” ne racconta la tragica storia. Oltre alle condizioni disumane a cui erano sottoposti come tutti gli altri prigionieri, era proibito loro celebrare la messa, il dolore più grande per un sacerdote: “Cosa significa per un prete vivere senza la Messa quotidiana e senza comunione può essere capito solo da un prete” racconta Padre Hoffmann, uno degli incarcerati. Tutti i loro oggetti sacri, dalle bibbie ai rosari, vennero sequestrati. Ma grazie alle forti pressioni del Vaticano (per tutti coloro che pensano ancora oggi che il Vaticano si astenesse dal combattere il nazismo) si ottenne che una piccola cappella venisse aperta nel blocco 26 del campo e la prima messa venne celebrata il 21 gennaio 1941.

Il tabernacolo venne costruito in segreto nel laboratorio dei falegnami; i parrocchiani che erano riusciti a rimanere in contatto con i loro sacerdoti imprigionati mandarono vesti, libri di preghiera, immagini della via crucis. Naturalmente furono imposte molte restrizioni da parte delle SS: ai detenuti era vietato partecipare, il prete doveva celebrare da solo, anche se la comunione veniva distribuita segretamente nelle varie baracche a rischio e pericolo, alcuni riuscivano ad avvicinarsi alle finestre della cappella per ascoltare la liturgia. Racconta uno di questi, Joseph Rovan: “Il sacerdote celebrava in latino con le stesse parole e alla stessa ora di tutti i suoi confratelli al mondo. In quei momenti dimenticavo completamente dove mi trovavo, ognuno, per pochi preziosi momenti, ritrovava lasua fragile, indistruttibile diginità. Finita la messa, nella luce pallida del mattino, ci sentivamo in grado di affrontare un po’ meglio la fame e la paura”. Dice un altro: “Le SS in quei momenti non erano niente altro che un triste nulla davanti alla splendida e immortale realtà di Cristo”. Davvero nessuna prigione può fermare l’immensa forza salvifica del Signore, è quello che insegnano questi santi non ancora santi, ma già santi.



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