MASSIMO BOSSETTI/ Meluzzi: una sentenza di Stato basata su una prova inconsistente

Per ALESSANDRO MELUZZI, la condanna di Massimo Bossetti è un caso di giustizia di Stato per coprire le colpe di chi ha indagato in modo errato su tutto il caso Yara Gambirasio

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Yara Gambirasio, il caso a Quarto Grado

Da sempre innocentista sul caso di Massimo Bossetti, Alessandro Meluzzi, intervistato dal sussidiario, si aspettava che il muratore di Mapello venisse condannato anche in secondo grado. La speranza adesso è “che si trovi ancora qualche vecchio magistrato dotato di un’autonomia intellettuale sufficiente per cancellare in Cassazione questo obbrobrio, che è una offesa al diritto, una condanna di Stato per nascondere un’indagine sbagliata e senza alcuna prova concreta su Bossetti”. Ecco cosa ci ha detto.

Si aspettava che Bossetti venisse condannato anche in secondo grado?

Assolutamente sì, credo che Bossetti sia stato condannato con una sentenza di Stato.

Cosa intende esattamente?

Intendo che se la Corte avesse avuto il coraggio di prendere atto dei fatti, cioè ripetere l’esame del Dna che con forza la difesa aveva richiesto, avremmo scoperto che l’esame non era ripetibile. La prova usata contro Bossetti nella giurisprudenza americana non avrebbe retto un minuto.

Perché?

Se una prova scientifica non si inserisce in un quadro di prove logiche, cioè in questo caso non si inserisce nel fatto, non basta per una condanna: non ci sono precedenti, non c’è un movente, non c’è la prova che la povera Yara conoscesse Bossetti, non c’è una vera narrazione dei fatti. In sostanza: non c’è nulla di nulla.

C’è il Dna, però…

Ci sono due terzi di Dna perché c’è un Dna nucleare con due elementi anomali e c’è un Dna mitocondriale che è di un’altra originale inspiegabile. Quanto usato dall’accusa è un dato che se fosse stato fatto per una rivista scientifica sarebbe stato buttato via e lo avrebbero fatto rifare. Che venga utilizzato per condannare all’ergastolo un uomo in assenza di altri fatti è una aberrazione del diritto, e che sia un’aberrazione lo dice lo stesso diritto anglosassone dal quale, nel nostro provincialismo, abbiamo mutuato l’idea che il test del Dna sia la cosiddetta prova regina. 

Ci spieghi meglio.

In America se il test del Dna non è ripetibile vuol dire che non è utilizzabile perché può avere qualunque origine al di là delle possibilità di errori umani. Se pensiamo che negli ospedali si fanno continuamente errori umani quando il test viene ripetuto, figuriamoci se non c’è stato errore umano in questa vicenda al di là dell’eroismo e delle capacità dei Ris.

Dunque perché queste due condanne così pesanti?

La vicenda di Yara avrebbe dovuto essere contestualizzata. La ragione per cui non lo si è fatto è che è siamo davanti a una cosa costata 4 o 5 milioni di euro, che ha coinvolto 25mila persone, che è stata presentata ai tg unificati dal ministro degli Interni (ai tempi Alfano, ndr) come “l’arresto dell’assassino di Yara Gambirasio” il giorno stesso del fermo, strombazzata come un capolavoro. Se si fosse ammesso che non esistono vere prove sarebbe venuto giù tutto l’edificio della giustizia italiana. Per cui Bossetti credo davvero sia stato condannato per una ragione di Stato, nascondere la verità degli sbagli di questa indagine.

La difesa parla di “morte del diritto”: è esagerato?

No, lo è da tutti i punti di vista una lesione del diritto. Speriamo che, come diceva Federico il Grande, “ci sia ancora un giudice a Berlino”.

Pensa al ricorso in Cassazione? Riuscirà la difesa a ribaltare tutto?

Io spero che ci sia ancora qualche vecchio magistrato con un’autonomia intellettuale sufficiente per depennare questa follia.

Sui giornali all’indomani della sentenza si è letto di tutto, un coro misto di esaltazione e lacrime per questa condanna, fino a parlare di “banalità del male” nel caso di Bossetti. Che ne pensa?

Credo che usare questa espressione sia una offesa all’intelligenza di chi legge. Quel termine come sanno tutti fu coniato da Hannah Arendt per applicarlo ai criminali nazisti. Assimilare Bossetti a Himmler mi sembra una delle più grandi stupidità culturali e linguistiche mai sentite. Chiunque sia chi lo ha usato meriterebbe di essere rubricato quanto meno nel terreno dell’ignoranza culturale.

Un processo dalle proporzioni mediatiche enormi. Alla fine di tutto cosa resta della povera Yara?

Resta il fatto che il colpevole è ancora in circolazione e che non si è guardato dove si doveva guardare.

Dove?

Nel cantiere di Mapello, alle tracce trovate dai cani molecolari, a un furgone bianco sparito il giorno dopo in Marocco, ai ricatti, agli avvertimenti. Yara non è stata violentata, è stata sequestrata e torturata per ragioni che non conosciamo. Devo dire che ho visto in televisione uno sguardo insolitamente smarrito dell’avvocato di parte civile.

In che senso?

Nel senso che ho avuto l’impressione dell’imbarazzo di chi ha capito di trovarsi dalla parte sbagliata della barricata.

(Paolo Vites) 

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