CHARLIE GARD/ La lettera di Prosperi e Corsi: “perché vale la pena di vivere una vita sofferente?”

- Niccolò Magnani

Charlie Gard, la lettera di Davide Prosperi e Fabio Corsi: “perche vale la pena soffrire? Perché e con che utilità vivere?”. Spunti di riflessione sulla triste vicenda del bimbo inglese

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Charlie Gard con la madre Connie Yates (LaPresse)

La vicenda di Charlie Gard sul nostro quotidiano e non solo in questi giorni sta tenendo banco tra posizioni, idee, battaglie e (per fortuna) anche preghiere. Preghiere per quella piccola vita che così tanto sta sconvolgendo una vasta gamma di osservatori, che spesso confusamente sentono l’urgenza di una presa di posizione forte, come reazione all’ingiustizia di questa situazione. La vita e la morte, alla fine siamo sempre lì: nessuno può esimersi dal dolore, il dramma e il misterioso carico di importanza che il rischio della sofferenza e della morte accompagna la nostra già fragile vita. In queste ore, con una lettera pubblicata dal sito di Comunione e Liberazione, Davide Prosperi (professore associato di Biochimica) e Fabio Corsi (chirurgo) hanno voluto rivolgere alcune domande “che raschiano il fondo” come premettono gli stessi scriventi nell’introduzione alla loro lettera. Il caso di Charlie arriva in un momento di vacanza e per questo, nascendo da discussioni proprio durante questi giorni di ferie, Prosperi e Corsi hanno deciso di raccogliere i punti salienti e gli spunti di riflessione.

«Davanti ad una malattia degenerativa multiorgano per la quale, considerata l’attuale situazione del paziente e le conoscenze mediche disponibili, sono previste solo cure palliative, fino a che punto è giusto insistere nel protrarre la situazione, con tutto il suo carico di speranze e dolore senza scivolare nell’accanimento terapeutico?», si legge nella prima parte della lettera, che si conclude con la necessaria «prudenza, una discrezione e un rispetto nel guardare dentro questa vicenda. Ma la vicenda pone questioni che raschiano in profondità». Prosperi e Corsi si sono immaginati l’uomo come artefice di tutte le cose e se fosse, anche solo per un attimo, al posto di Dio cosa potrebbe fare: «Non permetteremmo questa sofferenza, di Charlie, della madre e del padre, dei medici e infermieri che lo hanno in cura, non permetteremmo la confusione che si sta generando intorno a questi fatti, non permetteremmo che possano esistere malattie incurabili, in definitiva non permetteremmo alcun orrore col quale la vita a volte si trova a fare i conti. Tuttavia, tutto questo c’è».

Ed ecco il secondo punto nodale della lettera (e della vicenda stessa di Charlie Gard come degli altri casi sopra citati): «Dio non ragiona sempre come noi e che la realtà è più larga di come la faremmo. Forse Chi fa essere la realtà ci sta suggerendo di provare a guardare dove non guardiamo, di non limitarci a posizionarci su che cosa sia più giusto o più sbagliato fare per concludere al meglio questa triste storia. Perché Dio permette il dolore e la sofferenza? Questa è la domanda delle domande… Questa domanda fa male. Alla mentalità del mondo, che volenti o nolenti ci troviamo addosso, è insopportabile». Come di fronte alle grandi tragedia del Novecento e del nostro tempo, così anche una vicenda come quella di Charlie ci fa stringere un nodo in gola e giudicare come impossibile sotto ogni punto di vista “sopportare” questa situazione, con la tentazione del “non dolore” come unica possibile modalità di vivere.

Qui però il terzo passaggio della densa lettera, «quando c’è un significato che sostiene la vita, il dolore può essere portato e la sofferenza può costruire un’umanità nuova e a volte più “vera”, come vediamo nel modo con cui tanti portano prove più grandi di loro, testimoniando una pienezza di vita, una dignità e ultimamente una profonda letizia, che chi non desidererebbe per se?». La domanda delle domande dunque che quasi viene prima della stessa “perché Dio permette il male”, potrebbe sintetizzarsi così: «cosa rende utile la vita? Ci basta vivere per noi stessi? Ci basta per non soffrire?», e soprattutto se è davvero possibile non soffrire nella nostra vita. L’accenno di risposta offerto è di quelli “pesanti”, nel senso di incidenti: «Per non soffrire occorrerebbe non amare. Nel giudizio sulla vicenda di Charlie si mette spesso a tema quale sia il suo bene. Ma proprio questo bene può essere slegato dal riconoscimento, così poco evidente ai nostri occhi, del significato, e quindi dell’utilità, di questa vita?».

I genitori di Charlie Gard divengono i “protagonisti” dell’ultima parte della lettera, anzi si riscoprono protagonisti dell’intera vicenda, quasi più dello stesso piccolo Charlie: «C’è qualcuno che lo vuole e lo ama così com’è, ora, e per questo è disposto a sacrificarsi. Non può essere che per questo bambino la sua vita, ora, sia sentita utile per questo, e per questo degna di essere vissuta in questo modo?». Così Charlie, come ogni singolo uomo, chi non desidera infatti sentirsi amato così? Da qui la conclusione, importane e di rilancio per le nostre esistenze che magari tra qualche tempo si scorderanno di tutti questi giorni, ma non potranno “scordarsi” del vero punto nodale dell’intera nostra esistenza: «Quello che desideriamo noi, quello per cui la nostra vita merita di essere vissuta è che c’è qualcuno che ci vuole ora, per cui la nostra vita vale, per il quale merita di essere data e vissuta come ci viene data. I genitori di Charlie sono questo, e in questo loro amore sono la promessa vivente di quell’amore per cui il suo cuore, piccolo e malandato, sta ancora battendo».



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