MASSIMO BOSSETTI/ Processo d’Appello: per la difesa, il corpo di Yara Gambirasio è stato rimaneggiato

- Emanuela Longo

Massimo Bossetti, ultime news: seconda udienza dell’Appello. Attesa per la foto satellitare e per la questione ancora aperta legata alla superperizia del Dna.

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Massimo Bossetti chiede nuova perizia su Dna

Nella giornata dedicata al processo d’Appello a carico di Massimo Bossetti, è stato dato spazio alle parole della difesa dell’imputato, che ha fatto di tutto per dimostrare ancora una volta l’innocenza del proprio assistito. Per farlo, anche oggi si è puntato il dito contro le modalità con le quali sono state condotte le indagini che hanno poi portato all’arresto ed alla condanna all’ergastolo a carico del carpentiere di Mapello. A detta dell’avvocato Paolo Camporini, intervenuto oggi in aula, il cadavere di Yara Gambirasio sarebbe stato rimaneggiato per depistare le indagini. La conferma, come riporta l’agenzia di stampa Ansa, arriverebbe dal fatto che il taglio sugli slip evidenziato con insistenza ed i tagli sulla schiena sotto la maglietta così come quelli sui polsi fatti dopo, sarebbero un “chiaro esempio di depistaggio”. A sua detta, dunque, a commettere il delitto della povera 13enne sarebbe stato “un perverso sessuale sadico” ben diverso dal proprio assistito, il quale si contraddistingue per la sua condotta limpida e la sua “vita monacale, regolarissima e senza un’ombra”. Poi si è tornati a parlare della superperizia sul Dna e in merito il legale ha ribadito le intenzioni di Bossetti di sottoporsi anche subito al test, non avendo paura del contraddittorio. Un accenno infine alla sentenza di primo grado, bollata come “autoritaria e assolutista”.

Si sta svolgendo oggi la seconda udienza del processo d’Appello a carico di Massimo Bossetti, presunto assassino di Yara Gambirasio. La parola spetta alla difesa del carpentiere condannato all’ergastolo in primo grado, la quale cercherà di dimostrare la piena innocenza, sempre sostenuta, del proprio assistito. All’inizio dell’udienza, i due legali difensori, gli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini, come rivela L’Eco di Bergamo, avevano chiesto che in aula venissero impiegati alcuni strumenti per la proiezione di documenti e video. Una richiesta giunta solo oggi, come fatto notare dal giudice della Corte di Brescia, che ha rifiutato ribadendo come “Il processo d’appello è un processo su documenti scritti e di discussione orale”. Lo stesso giudice Fischetti ha quindi puntualizzato come la discussione dovrà restare nell’ambito dei motivi dell’appello e non potrà quindi riguardare atti o documenti estranei ad essi. Dopo aver bocciato la richiesta della difesa di Bossetti, dunque, il giudice ha ribadito come slide o video dovranno far riferimento “ad atti versati nel processo”.

I video che i due legali avrebbero voluto far vedere in aula, hanno spiegato, avrebbero contenuto “esempi di ciò che è successo” ma non sono andati oltre con le anticipazioni sul contenuto. In merito, il sostituto pg di Brescia ha chiesto di poter visionare le immagini prima di poter essere fatte vedere in aula, mentre gli avvocati di parte civile hanno già annunciato di opporsi nel caso in cui non dovessero riguardare gli atti contenuti nel processo.

Lo scorso 30 giugno si è ufficialmente aperto il processo d’Appello a carico di Massimo Bossetti, presunto assassino di Yara Gambirasio e condannato all’ergastolo al termine del primo grado. Oggi, si tornerà nuovamente in aula presso la Corte d’Assise d’Appello di Brescia per la seconda udienza del processo che potrebbe chiudersi già per la metà del mese in corso con una nuova sentenza di condanna. Nel passato appuntamento, dopo la lunga requisitoria, il pm bresciano, Marco Martani ha chiesto la conferma dell’ergastolo a carico di Massimo Bossetti, aggiungendo la condanna a sei mesi di isolamento diurno per aver “ingiustamente incolpato” il collega Massimo Maggioni, accusa che era decaduta nel primo grado. La posizione per il presunto assassino di Yara Gambirasio, dunque, si complica ulteriormente ma la sua difesa è pronta anche oggi a dare battaglia, intenta più che mai a dimostrare nuovi elementi in favore del proprio assistito. Tra questi, una foto satellitare, quella scattata il 24 gennaio 2011 e che immortala il campo di Chignolo d’Isola, dove appena un mese e due giorni dopo fu rinvenuto il corpo senza vita della 13enne di Brembate.

In quell’immagine però, secondo la difesa dell’imputato, il corpo della promessa stella della ginnastica artistica non c’era e questo smentirebbe quanto sostenuto dalla Corte di Bergamo al termine del primo grado. Di queste foto se ne discuterà proprio oggi in aula, come anticipato da Repubblica.it. Ma perché quell’immagine acquisterebbe così tanta importanza? Come sappiamo, uno dei pilastri dell’accusa di Massimo Bossetti è che il corpo di Yara sarebbe rimasto in quel campo per tre mesi, ovvero dal giorno della scomparsa, il 26 novembre 2010, a quello del ritrovamento, il 26 febbraio successivo. Per i legali di Bossetti, dalle immagini il corpo della giovane non comparirebbe. Eppure, proprio quelle immagini, secondo la famiglia della vittima così come secondo il procuratore generale, oltre che assolutamente poco chiare sarebbero anche totalmente ininfluenti. Differente l’opinione dell’avvocato Claudio Salvagni, uno dei legali di Bossetti, per il quale invece la sentenza di condanna in primo grado sarebbe totalmente da riscrivere. Clicca qui per vedere la foto satellitare, punto di forza della difesa di Bossetti.

Oltre all’elemento di prova del quale la difesa di Massimo Bossetti è entrata in possesso e che sarà oggetto di discussione nel corso della seconda udienza di oggi del processo di secondo grado, resta intatta la priorità legata alla superperizia del Dna. Dopo la prima udienza dello scorso venerdì, è stato chiaro quale fosse l’intento del presidente della Corte d’Assise d’Appello di Brescia: dare un’accelerata importante al processo per l’omicidio di Yara Gambirasio. Ciò significa che dopo l’udienza odierna ce ne sarebbero solo altre due in programma, con sentenza prevista proprio per il 14 luglio. Quasi sicuramente, dunque, non sarà necessario il giorno di riserva fissato al 17 luglio. Solo nel corso dell’ultimo appuntamento in aula, la Corte deciderà se emettere sentenza di condanna oppure un’ordinanza con la quale sarà disposta la perizia del Dna chiesta con forza dalla difesa dell’imputato. Se il nuovo esito confermasse che Ignoto 1 è realmente Massimo Bossetti, allora la condanna non potrebbe essere diversa da quella già giunta al termine del primo grado.

Diversamente potrebbe davvero intervenire quel colpo di scena che Bossetti e l’intera difesa si augurano da quattro anni. A questo punto, però, emerge anche una terza possibilità evidenziata da Corriere.it e legata al fatto che ci sia ormai poco materiale a disposizione per poter effettuare i test necessari per la superperizia. Di questo aspetto se ne è appena accennato lo scorso venerdì da parte del presidente quando ha riassunto i motivi della difesa. Per quest’ultima, se ciò risultasse impossibile, la colpa sarebbe da addebitare unicamente a chi ha esaurito il materiale. Il pm Martani, tuttavia, ha contestato la tesi difensiva asserendo: “Se dovesse essere buttato tutto nel cestino, sarebbe uno spreco di esami compiuti legittimamente e che in 71 casi hanno dato un risultato uguale a se stesso”. Durante la sua argomentazione, tuttavia, ha allo stesso tempo complicato l’intero scenario, ribadendo come non sarebbe comunque stato possibile conservare campioni di riserva per ulteriori test perché “è stato necessario ampliare il campo delle analisi sui reperti. È stata una necessità investigativa. Le ulteriori analisi finiscono per consumare il reperto, ma non è stato leso il diritto di difesa perché l’imputato all’epoca non c’era”. Nonostante questo, ora i suoi avvocati rivendicano ugualmente gli esami in contraddittorio.

Intanto, sembra essersi aperto un nuovo giallo poiché non sarebbe chiara la reale presenza di materiale sufficiente ad una superperizia. Ma cosa accadrebbe nel caso in cui il materiale non bastasse? Lo aveva spiegato lo stesso Salvagni al Corriere di Bergamo lo scorso marzo: “Lo dice il diritto, nel momento in cui viene disposta una perizia, significa che le anomalie sollevate dalla difesa meritano una risposta. Se la risposta non viene data, non si può condannare”.

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