BRUNO CONTRADA/ 25 anni per uscire (vivo) da un altro “caso Tortora”. Chi paga?

- Gianluigi Da Rold

C’è da rimanere sconcertati di fronte al calvario dell’ex numero due del Sisde, Bruno Contrada. La Cassazione ha revocato la condanna, qualcuno ancora la difende. GIANLUIGI DA ROLD

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Bruno Contrada

C’è da rimanere stupefatti, sgomenti, sconcertati di fronte al calvario che ha superato l’ex numero due del Sisde, Bruno Contrada. La Corte di Cassazione ha revocato la condanna a dieci anni che gli era stata inflitta. I giudici della Suprema corte hanno dichiarato “ineseguibile e improduttiva di effetti penali la sentenza di condanna” pronunciata da una corte di Palermo nel 2007. E un’altra corte palermitana aveva dichiarato inammissibile la richiesta dell’avvocato di Contrada, Stefano Giordano, di incidente di esecuzione.

Si conclude così, dopo 25 anni, una vicenda cominciata il 24 dicembre del 1992 (l’anno delle “fortune al contrario” della nostra repubblica, che ora nessuno, se non pochi, vede  in grande spolvero e benessere diffuso) con l’accusa al numero due del Sisde (l’ex direzione del servizio per le informazioni e la sicurezza democratica) di concorso in associazione mafiosa. Ripetiamo, c’è in un primo momento da rimanere sgomenti, sconcertati, stupefatti che ci siano (scusate se usiamo il congiuntivo, ma siamo dei retro) voluti 25 anni per stabilire la revoca di una condanna, dopo una prima condanna, poi un’assoluzione, poi una prima revisione della Cassazione, poi una condanna definitiva e infine la revoca.

Intanto Contrada si è fatto tutti gli anni di pena, si è ammalato, ha perso, di fatto, un quarto di secolo di vita. Il Paese della “brava gente”, il luogo per eccellenza dei valori cristiani, anzi cattolici, il Paese dell’accoglienza, delle “braccia aperte” e della “grande civiltà giuridica” (anche se molti sostengono che sia quella del menga) si è esibito in un altro grande exploit di ingiustizia clamorosa e vergognosa.

E allora l’indignazione e lo sgomento si trasformano (con tutta la solidarietà possibile a Contrada) in una immagine di sgangherata farsa tragica. Ci si ricorda delle parole di Leonardo Sciascia e dei “professionisti dell’antimafia”; ci si ricorda della sfilza infinita (ma sarà mai fatto un conto esatto?) degli orrori-errori giudiziari fin dai tempi del caso Tortora; ci si rammenta di vivere nell’unico paese dell’Occidente europeo, e non solo, dove non esiste la separazione delle carriere tra giudice e pm, quella indicata da minuscoli personaggi come Montesquieu, Tocqueville, Calamandrei (ne citiamo solo alcuni perché ci vorrebbe un’enciclopedia giuridica); ci si dimentica di essere nella “repubblica dei pm fondata sulla disoccupazione” (nuova riformulazione calzante del primo articolo della Costituzione); ci si dimentica che i pm da noi, almeno uno importantissimo, ritengono che tutti siano colpevoli e devono solo dimostrare la loro innocenza.

Non si ricorda mai che l’impianto inquisitorio del nostro processo penale fu una scelta “momentanea, storica e conveniente” fatta dai costituenti per evitare i guai peggiori del dopoguerra e della guerra fredda, ma che già nel 1999 la riforma dell’articolo 111 della Costituzione apriva la strada a un autentico processo accusatorio e non più inquisitorio. Bisogna definitivamente correggere altre norme e stabilire un impianto accusatorio come è caratteristica imprescindibile dei paesi democratici, dove la prova di reato si forma nel dibattimento di fronte a un giudice terzo e indipendente.

Naturalmente nessuno si è guardato dall’andare avanti nella riforma, lasciando di fatto sostanzialmente ancora l’impianto inquisitorio, perché i ministri della Giustizia si “dimenticano” e l’attuale è sin troppo impegnato nella guerra all’interno del Pd.

Ci si dimentica che già due anni fa la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia a risarcire Contrada, nel frattempo sospeso anche dalla pensione, ritenendo che l’ex vicecapo del Sisde non dovesse essere né processato né condannato perché all’epoca dei fatti a lui contestati il reato di concorso in associazione mafiosa non era “chiaro, né prevedibile”. 

Ma anche in questo caso perché stupirsi? Se si facesse il conto delle condanne subite dall’Italia in materia giudiziaria dalla Corte di Strasburgo, converrebbe appaltare la giustizia italiana a un altro Stato.

Adesso Contrada, a cui è stato ufficialmente restituito l’onore che, di fatto, ha sempre mantenuto, deve temere solo un intervento della signora Elsa Fornero, magari in accordo con un potenziale premio Nobel in tuttologia come Mario Monti, per difendere la sua pensione. Poi deve guardarsi da qualche pierino della nuova Agenzia delle entrate, quella che ha sostituito Equitalia, per qualche dimenticanza di documentazione tributaria quando era in galera, anche se ingiustamente. Che cosa volete, direbbe qualche ministro illuminato? Si tratta soltanto di un errore. Non si fidi di risarcimento come stabilisce la Corte europea, perché lo Stato italiano paga dopo alcuni secoli.

Ritornando invece all’errore più grave, quello della condanna revocata, sarebbe interessante che Bruno Contrada consegnasse le sue memorie a un editore coraggioso. Non può sperare di andare in televisione a rievocare la sua vicenda, perché nella “repubblica dei pm” vige il pensiero unico e la certezza assoluta di insistere nell’errore marchiano e scandaloso.

Naturalmente c’è sempre chi sostiene che la Cassazione abbia sbagliato. L’ex magistrato Gian Carlo Caselli, colui che chiese l’arresto di Contrada, ritiene che la Suprema corte e anche la Corte europea non abbiano capito. Infine ribadisce che Contrada ha commesso reati gravissimi. Si consiglia dopo questa dichiarazione di non studiare più il grande Irnerio, ma Gian Carlo Caselli.

Finiamo solo con una citazione di Giovanni Falcone, con un brano di un suo articolo su Repubblica del 3 ottobre 1991, quando si batteva inutilmente per la separazione delle carriere, anticipando e ricordando giudizi che verranno anche dalla Corte europea. Scriveva Falcone: “…avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e pm, siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nelle carriere, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il pm sotto il controllo dell’Esecutivo. E’ veramente singolare che si voglia confondere la differenziazione dei ruoli e la specializzazione del pm con questioni istituzionali totalmente distinte”.

Nella “repubblica dei pm fondata sulla disoccupazione”, ci scusiamo se noi sceglieremo sempre Falcone rispetto ai Caselli.

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