MORTA DI ECSTASY A 16 ANNI/ Noi genitori che cosa offriamo di meglio della droga?

- Roberto Persico

Il dramma di Adele De Vincenzi, 16 anni, morta per una pasticca di ecstasy. Polito, sul “Corriere”: “Dobbiamo smettere di considerare normale lo sballo”. Non basta. ROBERTO PERSICO

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Adele De Vincenzi, morta a 16 anni di MDMA

Anche i miei figli qualche canna se la sono fatta. Almeno tre su quattro (figli). Ne hanno anche parlato a casa, ci abbiamo scherzato su. Avevano suppergiù sedici anni, diciassette, l’età di Adele che è morta di ecstasy (forse qualcuno se ne è fatta qualcuna anche dopo). Curiosità, timore di sfigurare con gli amici, voglia di trasgressione? Chi, a sedici anni o giù di lì non ci è passato (da questi sentimenti, intendo, non necessariamente dalle droghe)?

Certo, se la cosa fosse diventata seria avrei fatto anch’io, credo, come la mamma di Lavagna, che aveva denunciato ai finanzieri gli spinelli del figlio e che l’ha visto saltare giù dal balcone durante la perquisizione e che al funerale ha detto, seppure sconvolta dal dolore, che aveva fatto la cosa giusta, perché “non poteva accettare di vedere suo figlio perdersi e ha provato con ogni mezzo a combattere la dipendenza”. È giusto, combattere la droga. Ma non basta.

Mille anni fa ascoltai una predica di un grande prete varesino trapiantato a Milano. Era la parabola del buon grano e della zizzania, quando i servitori si precipitano dal padrone del campo per chiedergli: “Strappiamo la zizzania?”, e quello risponde: “Lasciate stare, è inutile. Ci penseremo alla fine”. La zizzania — l’erba cattiva, la cannabis, la marijuana, se volete — cresce inevitabilmente. È inutile affannarsi a strapparla. È inutile — spigava il saggio prete — affannarsi a combattere il male. Il male c’è, ci sarà, continuerà ad esserci. Se proprio vogliamo che il male diminuisca un po’, non dobbiamo accanirci a combattere il male: dobbiamo darci da fare perché cresca di più il bene. Ecco, quella predica mi si è inchiodata in testa. Il problema non è combattere il male, non è la “tolleranza zero” con gli stupefacenti. Sì, è una cosa buona che la legge proibisca le droghe, perché la legge fa la mentalità, finché una cosa è proibita dalla legge è più facile capire che non è buona. Ma non è questo il punto decisivo.

Il punto decisivo lo coglie, mi pare, Antonio Polito sul Corriere. “Più che distinguere tra le sostanze che assumono i nostri ragazzi, dovremmo infatti chiederci perché lo fanno. Identificare il pensiero che li muove, il bisogno che li spinge. Non è difficile, ce lo dicono loro cos’è che cercano”. E che cosa cercano? “Evasione, fuga dalla realtà, voglia di dimenticare per un po’ le cose della vita che comportano fatica, frustrazione, o dolore”. Certo, questo cercano. Il problema è che la frustrazione e il dolore ci sono. E se non le combattono con la droga, con che cosa le combattono? Che alternative offriamo loro?

Il problema non è combattere la droga, è infinitamente più drammatico e più scomodo. Il problema è: che cosa offro io ai ragazzi di meglio della droga?

Perché un figlio, quando arriva a sedici anni, ti pianta gli occhi addosso e ti lancia una sfida drammatica: “Mamma, papà, perché mi avete messo al mondo? Perché valeva la pena venire al mondo, in questo mondo così pieno di male, che prima sembrava così bello e adesso mi delude da tutte le parti?”. Allora il problema, drammatico, non è dire “la droga fa male”, ma che cos’ho io da offrire loro di meglio della droga.

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