STUPRATA A 10ANNI, HA PARTORITO/ Giudice nega l’aborto fuori termine, pericoloso per la madre: scoppia il caso

- Niccolò Magnani

Stuprata a 10 anni, rimane incinta: la Corte Indiana nega l’aborto, e oggi nasce il figlio. La storia, i fatti e le reazioni: scandalo per mancato aborto, ma quei bimbi chi li guarda?

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Immagine di repertorio (Pixabay)

Una bimba di 10 anni stuprata rimane incinta: la Corte Indiana le impedisce di abortire e oggi nasce la nuova piccola vita. “Scandalo!”, “Corte inumana!”, la reazione di mezzo Occidente. Già, ma al bambino (e anche all’altra bambina) chi ci pensa? Bene, vi abbiamo raccontato un fatto e aperto una riflessione. “Tutto qui?”, direte voi; esatto, tutto qui, è quanto basta per provare a capire cosa possa generare questo tipo di “cortocircuito” stavolta realmente inumano di fronte ad un dramma come quello avvenuto in India. Prima di tutto la storia, contorta e drammatica, che avviene in pieno Punjab: una ragazza, pardon, una bambina di 10 anni si presenta con i genitori in un ospedale ad inizio luglio perché lamenta forti dolori addominali. In pochissimo tempo la scoperta choc: è incinta, con la famiglia che comprensibilmente rimane senza parole per qualche minuto. Il “problema” è che la bimba è di poco oltre le 20 settimane, limite massimo in India per poter abortire legalmente: la famiglia chiede lo stesso l’interruzione di gravidanza, specie dopo aver scoperto che a metterla incinta era stato lo zio della bimba, un cugina della madre, che aveva più volte abusato di lei. La risposta dell’ospedale è negativa, visto che l’aborto sarebbe fuori tempo massimo e soprattutto rappresenterebbe un pericolo per la vita della giovanissima madre.

La legge infatti prevede che il limite delle 20 settimane venga superato qualora vi sia pericolo per la vita della madre: in questo caso, particolarissimo, il rischio per la vita sarebbe rappresentato dall’aborto, e così si decide di non acconsentire alla richiesta della famiglia (intanto lo zio-orco viene arrestato e sarà processato per violenze e pedofilia nei confronti della nipotina). La famiglia fa ricorso alla Corte Suprema del Paese che però decide di negare l’aborto (orami aveva raggiunto le 32 settimane, ben oltre il limite), confermando in toto le motivazioni dell’ospedale. Bene, oggi è nato il piccolo figlio, subito ricoverato per i controlli di rito in un caso di madre così piccola, tra l’altro incosciente di avere dentro di sé una vita visto che i genitori le hanno raccontato che andavano in ospedale “per togliere una pietra dalla pancia”. È robustina e quindi nessuno si è accorto di quella pancia che cresceva, eppure una nuova vita c’era e ora è venuta al mondo.

MA AL BIMBO (E ALLA BAMBINA) CHI CI PENSA?

Bene, i fatti sono conclusi, se si eccettua la richiesta di adozione effettuata dalla famiglia della piccola madre e le condizioni serie ma stabili sia della bambina che del neonato. Ora vi aspetterete una bella “lezioncina” morale, in stile condanna come quasi tutti i quotidiani occidentali, sulla pericolosità di una legge indiana come quella affermata dalla Corte Suprema. “Consentire ad una bambina di 10 anni di partorire è un rischio enorme e un abominio visto cosa ha patito quella povera piccola di fronte alle violenze pedofile e ignominiose dello zio”. Bene, ci permettiamo di fare qualcosa di “meno” a livello quantitativo di una “lezioncina”. O se preferite, qualcos’altro: vi riempiamo di domande, le stesse che albergano il cuore di una semplice persona davanti ad un dramma come quello che vi abbiamo raccontato. Ma a quella bambina, davvero, ci chi ha pensato? Chi ha davvero guardato quale orrore aveva subito una piccola innocente divenuta adulta per volere malato di un suo parente stretto? I giornali occidentali, avidi di raccontare un fatto “clamoroso”, hanno subito titolato “stuprata dalla zio e incinta, non può abortire”, come se il dramma vero fosse il fatto di non potere chiudere il “problema” occorso, cancellando l’onta e il dolore per la violenza subita. Ecco, non si cancella!

Quella bambina crescerà con il ricordo dell’orrore subito e solo incontri, esperienze e altre gioie potranno ridarle il sorriso e ricordare sempre che esiste un mondo migliore di quello che finora ha incontrato. Non si può cancellare il dramma, anche se gli “esperti” mediatici e sapientoni vorrebbero inculcarcelo a forza con la classica e viscida modalità del “poverina, troviamo una soluzione che chiuda al più presto il problema generato”. Non è così, o quantomeno ci sembra un altrettanto problema uccidere un bambino di 32 settimane, per di più davanti a dei medici che intimano “è più pericoloso per la vita della bambina l’aborto piuttosto che la continuazione della gravidanza”. E poi quel bimbo, piccolissimo, che ora con molta probabilità andrà in adozione ad un altra famiglia: tra qualche anno, quando potrebbe scoprire la sua vera origine, chi avrà il coraggio di guardarlo negli occhi e dirgli, “ehi, tu quando avevi 32 settimane non valevi niente e volevamo abortirti. Poi la legge ce lo ha impedito… vuoi fare merenda ora?”. Ecco, magari abbiamo esagerato, eppure ci sembra molto più traumatico e problematico non considerare questi ordini di “elementi” che i media e la “cultura dello scarto” aveva per l’appunto scartato in origine. Troppo dolore, cancelliamo tutto. Guardando quelle due piccole vite, siamo così certi che la parola “cancellare” sia la più corrispondente al loro desiderio, umano come tutti noi, di vivere una vita?

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