MEETING/ Giovagnoli: la sfida di essere cristiani quando la Chiesa è fuori gioco

- Agostino Giovagnoli

Riappropriarsi dell’eredità dei padri? Bisogna saper perdere anche “quello che pensiamo di avere”, ha detto Pizzaballa al Meeting. Perché la vera eredità è un’altra. AGOSTINO GIOVAGNOLI

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LaPresse

Come riappropriarsi dell’eredità dei padri? Per padre Pizzaballa — intervenuto ieri al Meeting di Rimini affrontandone il tema centrale — questa eredità sta scomparendo. E, paradossalmente, per riappropriarsene bisogna saper perdere anche “quello che pensiamo di avere”.

Lo scenario da lui descritto è altamente drammatico. “In Medio Oriente siamo alla fine di un’era. Il mondo che i nostri padri hanno conosciuto ora non c’è più o sta ormai finendo. Le guerre hanno decimato la popolazione cristiana, che è in gran parte emigrata o sfollata. Chiese distrutte, famiglie spezzate […]”. Ma Pizzaballa non si è riferito solo al Medio Oriente. Il mondo occidentale è entrato nel periodo post-cristiano: “il pensiero cristiano che per secoli e generazioni ci ha accompagnato in un modo o nell’altro non è più all’origine del pensiero comune”. Oggi, perciò, temiamo di perdere “i nostri riferimenti identitari, culturali, religiosi”, abbiamo paura di restare “alla mercé di un presente che ci sembra sempre più estraneo” ecc. L’eredità non c’è più — spiega — perché il mondo in cui viviamo rifiuta i padri: “essere “genitori di noi stessi” è un delirio della contemporaneità”. 

In realtà, come scriveva Marc Bloch, in tutte le epoche gli uomini e le donne, più che dei loro padri, sono figli soprattutto del loro tempo e comunque, anche se non ci piace, è questo il mondo in cui viviamo. Per descriverlo, Pizzaballa ha richiamato una frase cruciale dell’Evangelii Nuntiandi di Paolo VI: “La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca”. Qualche anno fa, Olivier Roy ha scritto che oggi la rottura con la cultura riguarda tutte le religioni e ha parlato di “santa ignoranza” per indicare la separazione — prodotta dalla globalizzazione — delle fedi religiose da più ampi contesti storico-culturali. Gli effetti appaiono destabilizzanti per le une e per gli altri. Questa separazione è la premessa di molti fenomeni contemporanei, compreso il fondamentalismo. 

Il problema è di grande rilevanza. La fede cristiana, infatti, non può vivere senza cultura, il Vangelo viene trasmesso sempre dentro uno specifico contesto storico-culturale. E’ il grande tema dell’inculturazione, cui non a caso hanno rivolto molta attenzione — con sottolineature diverse — gli ultimi tre pontefici, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. 

Ma di fronte ad un mondo che non c’è più, non si deve vivere nel rimpianto o porre la speranza nella ricostruzione di specifiche condizioni culturali, sociali e politiche. Queste condizioni, infatti, non torneranno più: è evidente per il Medio Oriente, ma vale anche per il resto del mondo. Ecco perché non bisogna rimpiangere il mondo passato delle grandi cattedrali cristiane, ma al contrario perdere anche “quello che si crede di possedere”. “Il tesoro non è un’eredità fatta di valori sublimi, di una buona etica, di una prospettiva di perfezione […] La nostra eredità invece è la Pasqua”. 

Solo abbandonando tradizioni che pure sono state importanti e che ancora ci sono care, è possibile far incontrare l’annuncio della Resurrezione con le cultura globalizzate e frammentate degli uomini e delle donne del nostro tempo. E’ quanto sta facendo papa Francesco, senza legarsi al linguaggio o ai modelli di un cristianesimo occidentale che per secoli è stato tanto importante, ma che oggi “non è più determinante nella vita della Chiesa universale” (Pizzaballa). La grande popolarità di questo papa è dovuta alla sua capacità di farsi capire da tanti uomini e da tante donne che vivono in universi “liquidi”, non solo sotto il profilo culturale. Non c’è nulla di più drammaticamente incerto, infatti, della condizione di milioni di migranti in tutto il mondo, tanto emblematica del nostro tempo. Intorno a lui non mancano profeti di sventura che lo accusano di aver abolito la frontiera tra Chiesa e mondo o di aver aperto indiscriminatamente le porte a tutti. Ma, come dice questo papa, la colpa più grave dei credenti è oggi quella di rinchiudere Cristo nelle loro chiese, mentre la maggiore urgenza è spingere la Chiesa in uscita. 

Il tema centrale di questo Meeting incontra domande radicali. Stampa e mass media si sono interrogati in questi giorni sugli orientamenti politici dei ciellini. Ma la scomparsa del mondo dei padri pone questioni più cruciali. Comunione e Liberazione e prima ancora Gioventù studentesca sono nate e si sono sviluppate quando quel mondo cominciava a dare segni di  stanchezza ma c’era ancora. Hanno contribuito a rivitalizzarlo, sollecitando una fede più intensa. Oggi però lo scenario è molto cambiato. La Chiesa non è più l’istituzione centrale di un universo culturale cristiano, ma deve reinventarsi come tenda che si sposta continuamente dentro un mondo fluido e imprevedibile. Tra i credenti, però, il rimpianto del passato rischia di essere ancora troppo forte.  

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