TERRORISTI ED EX/ Le armi consegnate al card. Martini? Dio e la politica sono cose diverse

- Aldo Brandirali

A cinque anni dalla scomparsa del card. Martini, l’Ansa ha ricordato la consegna delle armi da parte dei Comitati comunisti rivoluzionari nell’84. ALDO BRANDIRALI

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Scontri a Bologna nel '77 (Foto dal web)

Particolarmente significativo fu quel gesto del 13 giugno 1984, la consegna delle armi al cardinale Martini, arcivescovo di Milano, da parte del gruppo Comitati comunisti rivoluzionari. L’Ansa ne ha riparlato oggi, in vista dei cinque anni dalla scomparsa dell’arcivescovo di Milano (31 agosto 2012).

Ernesto Balducci, che era in carcere e che doveva valutare se fruire degli sconti di pena facendo i nomi degli aderenti al gruppo, disse che la direzione del suo gruppo decise di utilizzare un’altra strada: si consegnavano alla Chiesa per dire della sincerità della loro decisione di sciogliersi e di abbandonare la lotta armata. Prosegue Balducci in una recente intervista: il tribunale tenne conto del nostro gesto e concesse le attenuanti. Infatti Balducci uscì dal carcere l’anno successivo.

Dunque è esistita anche questa formula: pentiti ma non spioni.

Il cardinale Martini si era fatto promotore di una linea di riconciliazione e di superamento delle violenze terroristiche.

Le valigie consegnate al cardinale contenevano fucili mitragliatori, bombe a mano e varie armi. Questa organizzazione agiva in parallelo con le Brigate rosse. Tanti fatti di sangue erano accaduti, tante vittime innocenti chiedevano giustizia e la magistratura e la politica del governo lavoravano per il superamento di quella fase storica. Per una grande parte dei terroristi si coniò la categoria dei non pentiti ma riconciliati. E solo in pochi casi vi furono nuove azioni dopo l’84.

Rimane irrisolta la questione di coscienza davanti alla Chiesa e a Dio. Sarebbe stato molto giusto e utile testimoniare il pentimento in senso religioso, davanti al diritto alla vita che avevano le persone che furono uccise. Invece abbiamo solo avuto una rimessa al centro dell’autorità costituita e della sua capacità di pacificazione.

Don Luigi Giussani, citando Jean Guitton, usava dire che si doveva sottomettere la ragione all’esperienza. Lo diceva per ogni vissuto esperienziale, certo del fatto che ogni uomo ha nel profondo un senso religioso. Era il riconoscimento del fatto che esisteva una ragione più grande della politica per decidere di non uccidere. Solo vedendo il male fatto si può ricomporre la propria persona. Ma stiamo parlando di una ragione più grande della politica, e l’uomo contemporaneo non riesce a vedere quel che c’è prima della logica del potere. 



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