NEONATO IN OVERDOSE/ Se un’infermiera si illude di far tacere il grido dell’uomo

- Mauro Leonardi

Un’infermiera di 43 anni dell’Ospedale Civile di Verona è stata arrestata perché sospettata di aver somministrato morfina ad un neonato che aveva definito “rognoso”. MAURO LEONARDI

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Foto LaPresse

NEONATO IN OVERDOSE. Un’infermiera di 43 anni dell’Ospedale Civile di Verona è stata arrestata perché fortemente sospettata di aver somministrato morfina ad un neonato che — tenendolo in braccio — aveva definito “rognoso”. Il neonato stava bene, sarebbe stato dimesso il giorno dopo ed era collocato al box 1, quello dei bimbi in buone condizioni e prossimi a tornare a casa. Dopo la mezzanotte però aveva cominciato ad avere crisi respiratorie e a quel punto l’infermiera aveva inspiegabilmente ordinato ad un collega di somministrargli un farmaco antagonista della morfina, indicandone addirittura il dosaggio. Questo fatto, poi corroborato da altri indizi, ha portato al fermo della donna. 

Naturalmente le indagini devono ancora fare il loro corso e la sentenza deve essere ancora pronunciata, tuttavia esistono elementi così esatti da permetterci di fare una riflessione: è quella del male che sovverte ogni attesa. Riguarda ciò che avviene quando chi dovrebbe custodire la vita diventa il protagonista di una violenza fredda e calcolatrice contro quella vita. Che un seviziatore torturi la propria vittima è terribile ma è qualcosa che ti aspetti, invece che il pianto di un neonato venga spento con la morfina come se fosse una male quando invece è solo una richiesta di protezione e di amore, è diabolico. Il grido di chi nasce è il primo “discorso” che un essere umano rivolge ai propri fratelli quando, uscendo dal grembo protetto della madre, è gettato nella solitudine del mondo. Proprio allora la natura ha voluto che ci siano subito ad accoglierlo le braccia della mamma che abbracciano e il suo seno che allatta. O, se questo non è possibile, l’abbraccio accudente di altre donne, di altre persone che siano il prolungamento e l’ampliamento di quell’amore. Che il nemico ti attacchi è terribile ma che lo faccia l’amico è il colmo del calice del dolore: infatti è proprio quello che è avvenuto a Cristo.

Mi sembra che per la vicenda di Verona non esistano ragioni. Soprattutto se penso che quella donna è, a propria volta, madre di tre figli. Se mi sforzo di cercare delle attenuanti (di cui non conosco l’esistenza) arrivo a trovare delle forme di burnout, penso allo stress da lavoro associato a tremendi impegni familiari, ad asfissianti richieste di alte prestazioni professionali: ma in verità mi accorgo che tutto ciò è solo quanto il mio cuore cerca per trovare un minimo di spiegazione, di senso, a ciò che senso non ha.

O forse una ragione esiste. Ed è che in un mondo che cerca sempre soluzioni a tutto e dove il benessere individuale è l’unico comandamento da prendere sul serio, siamo davvero diventati incapaci di sostare nel dolore, di pazientare quando c’è un lamento, un pianto, rispetto al quale non possiamo fare nulla se non accudire, tenere in braccio, coccolare, pazientare e far passare il tempo senza poter risolvere alcunché: anzi accettando che le ore di sonno di quella notte siano perse e il giorno dopo saremo stanchi. Il pianto di un neonato che sta bene, che piange non perché abbia fame o sete o qualche problema, ma piange solo “perché piange”, è in genere il primo dolore irrisolvibile di fronte al quale si trovano i giovani coniugi appena sposati quando hanno il loro primo figlio. È un dolore piccolo ma insistente, meraviglioso ma per certi versi disperante, perché assolutamente irrisolvibile. È un mistero che chiama. È un pianto che racconta come il dolore spesso non ha soluzioni semplici, univoche, immediate. È un dolore che chiede solo di essere accompagnato: non si sa per quanto e non si sa fino a dove. 

È il genere di dolori che l’uomo moderno non conosce. Noi che siamo abituati con Google ad avere “circa 51.800.000 risultati in 0,55 secondi” (è quello che recita in questo momento lo schermo del mio pc dinnanzi a me) davanti al pianto immotivato di un neonato non sappiamo che fare: un tempo c’era tutta una civiltà serenamente capace di reggere i pianti dei neonati, ma noi oggi siamo smarriti.

In questi casi, il meno che si possa pensare è che quel dolore sia “una rogna” e che l’unico modo per superare la sofferenza è eliminare chi la soffre. Perché il pianto del bambino sta mettendo a nudo l’insufficienza e l’incapacità di un’epoca la cui unica reazione è la soluzione di mettere a tacere tutto. In primo luogo la coscienza. 

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