USAIN BOLT/ L’eroe che ci regala una vita di bronzo

- Mauro Leonardi

Usain Bolt ha chiuso la sua strepitosa carriera come centometrista non arrivando però primo, bensì terzo. Un “fallimento” segno di fragilità e dunque di grandezza. MAURO LEONARDI

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Justin Gatlin, nella foto con Usain Bolt

Perdendo la sua ultima gara della vita, Usain Bolt è diventato una leggenda. La persona perfetta, che non sbaglia mai, può essere ammirata ma non può essere amata. Cosa ne sarebbe di Achille se non avesse il suo prezioso tallone? Per questo il bronzo di Bolt a Londra è stato il suo vero capolavoro. Se n’è accorto Gatlin che, pur avendo vinto, ha subito capito che i titoli dei giornali del mondo sarebbero stati per la sconfitta dell’eroe giamaicano e non per la vittoria del velocista statunitense e per questo lui, medaglia d’oro, si è inginocchiato ai piedi della medaglia di bronzo. Se n’è accorto lo stadio: prima silenzioso ma poi acclamante il giamaicano. Perché il risultato non rispettava i sogni dal momento che noi umani pensiamo “normale” e crediamo che “chiudere in bellezza” significhi vincere sempre e vincere ancora. Ed è così perché noi umani abbiamo bisogno degli eroi per accorgerci che il modo di pensare giusto è quello degli déi, quello di chi sa che la vita viene abbellita dalla ferita e non deturpata. Così lo stadio capisce che Achille con il suo tallone, che Achille mortale, è meglio di quello immortale perché così diventa come noi e allora la sconfitta non importa più a nessuno e i 100 metri dei mondiali di Londra 2017 passeranno alla storia non come quelli vinti da Gatlin, ma come quelli persi da Bolt.

Tra pochi giorni nessuno più ricorderà chi ha vinto oro e argento ma nessuno dimenticherà il bronzo di Bolt, così come nessuno ricorda il risultato dell’ultima partita di Francesco Totti all’Olimpico e neppure contro chi giocava, ma tutti ricordano il suo saluto al calcio.

Perché Bolt aveva vinto ininterrottamente l’oro dei cento e duecento piani dalle olimpiadi di Pechino in poi e ieri ha fatto una cosa nuova: ha vinto il suo primo bronzo dopo 23 medaglie d’oro e 5 d’argento.

Anche se tutti alle 22.45 abbiamo sperato che Bolt vincesse, oggi a mente fredda capiamo che se fosse accaduto l’ovvio, cioè la vittoria di chi ha vinto sempre, non avremmo saputo che Usain era capace di vivere da campione anche la sconfitta. Non avremmo potuto imparare da lui anche a perdere e il giamaicano sarebbe rimasto un campione che non varca la soglia del mito e della leggenda: sarebbe stato Achille ma derubato del suo tallone. Un eroe invincibile e quindi, in fondo, antipatico, arrogante, superbo. Lontano.

Il bronzo di Bolt ci regala un uomo capace di raccontarci di essere deluso: e questo non era mai accaduto prima. Ci dona un persona qualsiasi che può dirci che da ora in poi “sarà bello vivere una vita normale”, cioè una normale vita di bronzo come la nostra. Una vita lontano dai riflettori. Una vita umana che accetta la sconfitta e la sa vivere e traversare. Quando noi preti parliamo di scandalo e fascino della Croce a volte rischiamo la retorica clericale: se invece guardiamo a Bolt sconfitto e al vincitore che si inchina a lui, il fascino e lo scandalo della croce diventa umanissimo, laicissimo e splendido. Bolt, il campione della disciplina più veloce, ci mostra la bellezza della fragilità. Il senso di rimanere un passo indietro. Che fa diventare davvero primi e leggendari come uomini e come campioni.

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