CRISTIANA RAPITA DA BOKO HARAM/ “Mio figlio nato dallo stupro si chiama Cristoforo”

- Niccolò Magnani

Cristiana rapita da Boko Haram: “mio figlio nato dallo stupro di un terrorista l’ho battezzato e chiamato Cristoforo”. La luce nel sottosuolo della violenza, la fede e il bisogno di un altro

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Nigeria, foto La Presse

Vi ricordate la mobilitazione mondiale contro il rapimento forzato di moltissime studentesse cristiane dai terroristi di Boko Haram nel 2014? Messaggi social, campagne umanitarie e i discorsi più belli dei capi mondiali contro la violenza jihadista che colpiva donne inermi. Ecco, tutto vero, tutto confermato, con un piccolo dettaglio: di quelle ragazze poi non glien’è importato più nulla a nessuno. Dimenticatoio, come tutte le altre gravi storie che ci colpiscono per qualche tempo e poi inevitabilmente tornano nell’indifferenza: ecco, con una intervista ad una donna nigeriana cattolica sequestrata e rapita per due anni dallo stesso gruppo terroristico si è riaperta quella ferita dolorosa e gravissima che ha visto soccombere più di 100 ragazze inermi e innocenti. Di molte non si sanno più le condizioni e il destino, molte sono morte: e a confermalo è la stessa Rebecca Bitrus, intervistata da El Pais in questi giorni. È stata tenuta in ostaggio per due anni dalla setta nigeriana fondamentalista: i terroristi che hanno aggredito, sequestrato e violentato Rebecca come le tante ragazze e donne in questi anni, le hanno inoltre annegato il figlio neonato. L’orrore e la violenza, il mistero per un male così grande per una donna di fede così incredibile come la storia che racconta fa affiorare: lei non era di Chibok, il villaggio dove le studentesse sono state rapite nel 2014, ma è stata rapita durante un altro assalto prodotto a Dogon Chuku, il suo paese, contro tutti i fedeli cristiani del luogo. «Avevo sentito parlare di Boko Haram, ma non li avevo faccia a faccia. Quando li ho visti assassinare, sono caduto a terra e ho sentito qualcosa di terribile».

“MI HANNO ANNEGATO UN FIGLIO DURANTE LA PRIGIONIA”

Mentre stava raggiungendo il campo di prigionia – dove avrebbe passato l’agonia allucinante di due anni di sequestro e abusi – Rebecca Bitrus racconta ai colleghi spagnoli l’atroce scenario cui ha assistito sulla sua pelle: «mio figlio scoppiò a piangere e io con lui perché immaginavo quello che sarebbe successo. Un terrorista di Boko Haram lo prese e lo gettò nel fiume fino a vederlo annegare. Pensavo a quel punto che avrebbero ucciso anche me e l’altro mio bimbo, Zaccaria». Ma così non è stato, anche se è stato solo l’inizio di una costante e continua violenza atroce contro di lei, la sua famiglia e alcune delle studentesse rapite che ha poi ritrovato nel campo di prigionia: «una di loro mi ha cercato di convincere a convertirmi all’Islam, ma io non volevo». Due anni nelle mani del gruppo terroristico nigeriano Boko Haram, in balia di stupri e pestaggi, abusi e lavori forzati; due anni senza il più giovane dei suoi figli, assassinato dalla setta fondamentalista, e niente, Rebecca, una donna semplice e cristiana, non poteva accettare quello che più volevano quei terroristi ovvero che cambiasse la sua religione. Un’orgoglio che le è costato il dolore, la violenza subita fino al punto forse più incredibile dell’intera vicenda umana e personale di questa donna – e chissà come lei tante altre in Nigeria e nel mondo – violentata e derisa per il solo essere cristiana.

«Ho resistito agli stupri fino a quando un giorno, un giovane comandante di Boko Haram si è aiutato con altri tre amici e mi ha abusata. Da allora è nato Cristoforo, il bambino frutto dalla prigionia e dello stupro». Per caso qualcuno ha raccontato questo fatto in questi mesi? Per caso qualcuno ha mosso campagne umanitarie e messaggi social per questa tremenda testimonianza? No, nessuno. Oggi non interessa e questo conferma come anche all’epoca dei fatti di Boko Haram (non decenni fa, ma pochi mesi fa) l’interesse fosse per lo più “mediatico” che non realmente volto alla denuncia di una dei più tremendi tentativi di “conversione forzata”. Nel 2016 arrivano i primi scontri con i soldati nigeriani e a quel punto Boko Haram in quel campo di prigionia perde il controllo e dopo l’ennesima rivolta Rebecca ne approfitta e scappa con il primogenito Zaccaria. E qui, quando la luce più nera e il dubbio più atroce ti assale, accade l’imponderabile, “una luce dentro il sottosuolo”, come amava dire un grande cristiano come Dostoevskij: «ero tentata di abbandonare il bambino nato dagli artigli del terrorista, ma un soldato nigeriano mi ha detto, “tienilo e puoi insegnargli cose molto importanti nella vita”». Esattamente come Rebecca ha pensato quando ha fatto battezzare e dato il nome di “Cristoforo” – ovvero portatore di Cristo – al bimbo figlio dello stupro, quello stesso pensiero l’ha “abbandonata” per debolezza, paura e fragilità nel momento in cui stava scappando. Ma qualcun altro, misteriosamente, è come se tramite quel soldato nigeriano l’abbia ripresa dal sottosuolo dove si trovava, mostrandole una possibilità, anzi ridandole le ragioni per poter crescere il figlio con quella stessa “luce” dentro. Una fede ostinata che come sempre ha bisogno di un “altro”, costantemente, per poter reggere al peso e il dolore della realtà quotidiana: quel piccolo Cristoforo da ora e per sempre rappresenterà quell’altro, quel segno di libertà e bene in una vita di sofferenze.

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