GIOVANI IN CRISI/ La cura è nel cammino: riappropriarsi prima del corpo, poi dello spirito, fino a Santiago

- Niccolò Magnani

Giovani, crisi e reinserimento: l’educazione camminando, la proposta dell’antropologo francese Le Breton per ritrovare il proprio destino e senso di sè. Marce, natura e incontri

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Giovani, cammino ed educazione (web)

Dal destino al tunnel, dal senso fino alla crisi: il cammino della vita, lo dice la parola stessa, è un percorso inteso come un viaggio in continua evoluzione con alti, bassi, cadute e soprattutto momenti in cui si vorrebbe abbandonare tutto e tornare indietro. Non sono “banalità” pseuso-psicologiche, ma la verità di un percorso di vita che ognuno di noi, da giovane fino all’età adulta, affronta lungo l’intero svolgimento della propria esistenza: in particolare i giovani però rischiano sempre di più di vedersi “azzoppati” in partenza per un’educazione “dimenticata”, per la mancanza di un maestro e di quei testimoni che possano comunicare come il dolore e la sofferenza nella vita non sempre siano l’ultima parola o pietra “tombale”. In una intervista ad “Avvenire” il noto antropologo francese David Le Breton anticipa i temi che domani esporrà nel convegno europeo a Parigi dal titolo «Gioventù europee in difficoltà: marciare, progetto educativo di reinserimento»: su tutti, l’innovativo e assai “strano” (nel senso fuori dai canoni normali) percorso/periodo di marce a piedi lungo i vari luoghi d’Europa. Una riabilitazione che passa dalla fatica e dal cammino, tanto figurato quanto reale: «Due o tre mesi continui di marcia possono permettere a un adolescente vulnerabile di ricostruirsi, reinventarsi, cambiare il proprio rapporto con il mondo. Marciare è un rimettersi al mondo», spiega Le Breton, autore di numerosi saggi tradotti anche in italiano, da “l mondo a piedi. Elogio della marcia” fino a “Camminare. Elogio dei sentieri e della lentezza”.

RIEDUCARE IN MARCIA

Ovviamente l’idea non nasce con Le Breton ma si origina dall’esperienza scout che lungo il XX secolo ha proposto ai giovani di mezzo mondo l’inserimento nell’ambiente naturale per riscoprire le proprie abilità, fatiche e inevitabili risorse. « il viaggio come esperienza terapeutica e d’integrazione. Oggi, prende corpo l’idea di reinventare la marcia con gli stessi scopi, sullo sfondo di un contesto nuovo», spiega ad Avvenire l’antropologo francese. Le Breton prova ad illustrare anche come è strutturata la (ri)educazione per tutti quei giovani difficili, o semplicemente incappati nel doloroso senso di impotenza di fronte alla sofferenza che entra perentoriamente nella loro vita. «I giovani vivono spesso una grande sedentarietà. Pur senza scomparire, il corpo si assenta spesso nella loro esperienza del mondo. Marciare per diverse settimane lungo migliaia di chilometri diventa allora un modo per ritrovare un’esperienza sensoriale, emotiva, fisica del mondo. Un modo per rientrare nel mondo in un’altra maniera, con una diversa prospettiva. Si tratta di giovani che in molti casi, almeno in Francia, vivono nelle banlieue popolari, in versioni impoverite della città, lontane da molte sollecitazioni relazionali. Talora, quartieri dove c’è poco da vedere, sentire, gustare, toccare». Un percorso che “gioca” sulle emozioni ma anche sulla esperienza quotidiana “banale”, sulla ripetizione di gesti e sull’utilizzo della propria testa per sapere leggere la fatica davanti e la prossima tappa del cammino: «Nella marcia, affrontano esperienze completamente nuove, comprese le dimensioni della bellezza del mondo, della meraviglia, della contemplazione. Talvolta, basta imbattersi nelle more dei rovi selvatici per scoprire nuovi gusti, la prodigalità della natura. Se la marcia sconfina all’estero, pure i gusti di un’altra alimentazione».

DAL CAMMINO AL PELLEGRINAGGIO, IL “CASO” DI SANTIAGO

Un cammino che però non è solo una pur bella ma insufficiente nuova “relazione” con l’ambiente: cosa infatti può determinare, sconvolgere e stravolgere la vita di una persona in seria difficoltà? Esatto, non certo la natura o la fatica in sé, bensì un’altra persona. Un incontro, solo quello può davvero scardinare la propria dimensione di crisi e solitudine: «C’è poi tutta l’esperienza degli incontri con altri camminatori, il condividere un pasto, i legami imprevisti d’amicizia. Questi giovani lasciano così un sistema chiuso di valori per scoprire l’immensità del mondo, accanto a persone di ogni età, ceto, nazione. Un modo anche per comprendere quanto il precedente orizzonte personale fosse ristretto», spiega ancora Le Breton al quotidiano della Cei. Vi sono poi delle “regole” importanti per gli stessi accompagnatori, visto che fissano dei limiti chiari e richiamano ad un sistema di regole da apprendere e provare a seguire: «Questi giovani si dedicano alle conversazioni faccia a faccia o al silenzio, un’esperienza quest’ultima che per alcuni era prima rara, data l’abitudine frequente di saturare l’udito con musiche di ogni tipo. La marcia dischiude un’interiorità nutrita anche di silenzi, compresi quelli così densi della natura. A tratti, la convivenza e la condivisione con l’accompagnatore può anche fare a meno di parole». Da una interiorità “sola” ad un’altra “riempita”: il passo è tanto flebile quanto decisivo, come dimostra il tentativo positivo di questi “nuovi” approcci di percorso per i giovani. «Marciare a lungo può divenire per tutti una riconquista di sé, soprattutto durante lutti o altre forme di malessere interiore. Aiuta a distanziare le difficoltà, a ritrovare il gusto di vivere e una combattività interiore, rinnovando certe capacità di resistenza. È una fonte di virtù antropologiche»: in questo senso, interessanti sono i dati che vedono in costante aumento il numero di pellegrini in Europa ad esempio diretti verso Santiago di Compostella, nello storico e tradizionale pellegrinaggio cattolico che si snoda lungo la Spagna. Tra questi tantissimi giovani, non un caso secondo Le Breton: «sono in tanti e con ragioni non molto lontane da quelle colte dalle associazioni per il reinserimento.  Inoltre, la marcia inizia come una passeggiata, ma sfocia sempre in forme di spiritualità. Diventa una forma di pellegrinaggio. Non necessariamente verso Dio, ma comunque verso esperienze metafisiche. A partire dall’eterna domanda: ma chi sono io, in mezzo all’Universo?».

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