SI VENDE IN CHAT A 15 ANNI/ Quel relativismo che non ci piace più quando divora i nostri figli

- Roberto Persico

Il “Corriere del Mezzogiorno” ha pubblicato la storia di una ragazza adolescente di 16 anni, della Napoli bene, che si è venduta per soldi. Tutto comincia sulle chat anonime. ROBERTO PERSICO

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(LaPresse)

Silvia — il nome, naturalmente, è fittizio —, diciott’anni, da tre si vende via chat. “Credi che solo io faccia queste cose? — dice nell’intervista al Corriere del Mezzogiorno in cui racconta la sua storia —. Non immagini neanche, nessuno lo immagina, ma sono centinaia le ragazze che conosco che vendono le loro foto sul web. Centinaia solo a Chiaia, la zona che frequento ogni sera, o meglio frequentavo, adesso sono più spesso al Vomero”. Non è una figlia della povertà, Silvia: quartieri alti, genitori professionisti, liceo classico, soldi in tasca parecchi. “Ma non mi bastano mai”, dice.

Davanti a un fatto così, che dire? Niente, se non che, semplicemente, raccogliamo quel che abbiamo seminato.

Mi spiego. Più di trent’anni fa lessi la notizia — conservo il ritaglio del giornale — di un giudice svedese che aveva tolto una ragazza di quattordici anni alla madre perché le diceva che non doveva avere rapporti sessuali con i suoi compagni di classe. Tanti anni fa vidi uno spezzone di non so che trasmissione televisiva in cui intervistavano non so quale soubrette che alla domanda su come avesse fatto a fare carriera in tv rispose candidamente “dandola”. Sono due esempi su milioni, che dicono che viviamo in un mondo che, da decenni, dice da ogni parte che “io sono mia” e del mio corpo faccio ciò che voglio. In più, viviamo in un mondo che da decenni — se non da secoli — dice che l’unico valore sono il denaro e il successo. E poi ci stupiamo se una ragazzina di quindici anni prende sul serio la lezione del mondo in cui è cresciuta e lo applica a sua volta?

Ma la prostituzione è un’altra cosa, si dirà. Ma lei era minorenne, si aggiungerà. Si darà addosso ai maggiorenni che hanno approfittato della povera ingenua. Hanno commesso un reato, indubbiamente. Ma diamo un’occhiata fuori dall’uscio di casa nostra. Ci sono culture, in Asia centrale, in cui una ragazza, appena raggiunta la maturità sessuale, comincia a vendersi a destra e a manca, e se è brava riceve in cambio un regalino: un braccialetto, un anello, un paio di orecchini. Dopo un po’ di anni si mette a cercare marito, e quanto più la sua dote di gioielli — segno tangibile della sua abilità erotica — è ricca, tanto miglior marito trova. Ci scandalizza? Ma come, non siamo gli alfieri dell’uguaglianza di tutte le culture? Non sono tutte ugualmente degne? E se non ci scandalizziamo delle ragazze uigure, perché dovremmo farlo con quelle del Vomero? Ognuno ha la sua opinione, no?

Sono decenni — secoli forse — che tutto è ridotto a merce, corpo umano compreso, e che si predica che tutte le morali sono equivalenti. Silvia e le altre ne sono soltanto le conseguenze. Oltre che le vittime. Preghiamo Dio che ci mandi dei santi che ricomincino a farci vedere che dono meraviglioso è il nostro corpo e che bellezza è usarlo per un gesto d’amore.

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