DON MATTEO PRODI/ Il nipote di Romano lascia la parrocchia: “non a tutti piace la mia vita”

- Niccolò Magnani

Don Matteo Prodi, il nipote di Romano lascia la parrocchia nel Bolognese dopo oltre 10 anni: “non a tutti piace la mia vita e le mie scelte”. Tra migranti, pubblicani e.. Gesù

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Don Matteo Prodi (Twitter)

Il nipote di Romano Prodi è un prete, e questo negli anni passati è costato a Don Matteo Prodi l’attenzione speciale di media, politica e società, ben oltre quello che il buon parroco 50enne bolognese abbia di fatto tollerato. Ora Don Matteo lascia la sua parrocchia e di colpo i riflettori si accendono di nuovo su di lui: un uomo schivo per i media, assolutamente accogliente e di grandissima lena con i parrocchiani e le anime a lui affidate ormai da 10 anni a Santa Maria di Ponte Ronca (frazione di Zola Predosa, nel Bolognese). «Se siete qui è solo perché sono il nipote di Romano Prodi, altrimenti la mia storia sarebbe passata inosservata», spiega Don Matteo ai giornalisti del Corriere e del Resto del Carlino che sono andati a trovarlo in questi giorni dopo l’annuncio-choc lanciato durante la S.Messa di domenica scorsa e dopo con una lunga lettera pubblicata su Facebook. Ha amato quella comunità, ha amato quei parrocchiani, ma «non tutti hanno compreso e apprezzato la mia vita e le mie scelte», un po’ il senso iper riassunto del suo pensiero e della sua volontà ferrea di voler andarsene via, tra il dispiacere e il pianto dei suoi parrocchiani. «Don Matteo? È un uomo eccezionale: pratico poco la parrocchia, ho cominciato ad andarci per i suoi sermoni. I migranti? Chi altro deve pensarci se non la chiesa?», spiega un paesano ai colleghi cronisti. Già, i migranti: sembra infatti che proprio la sua scelta di ospitare nel recente passato in canonica un nutrito gruppo di rifugiati abbia riservato non poche critiche all’ancor giovane parroco bolognese. «Siamo a Bologna… davvero pensate che qui possa esistere un problema di questo genere?», minimizza Don Prodi, che però non intende soffermarsi troppo sui motivi reali della sua dipartita.

LA LETTERA ALLA PARROCCHIA

Si è svolto tutto in sintonia con il Vescovo che ha accolto e accompagnato le dimissioni di Don Matteo Prodi, ormai irrevocabili: «La vita futura che io farò è pienamente concordata con l’arcivescovo, dopo un lungo periodo di discernimento. Io non avrò una parrocchia, andrò ad officiare in zona santa Rita di via Massarenti, e per il resto continuerò a fare quello che ho fatto in questi anni. E sì, continuerò a occuparmi di migranti», spiega ai cronisti il nipote di Romano Prodi, lasciando un altro possibile indizio sui motivi di scontro con alcuni compaesani. Nella lettera e nella predica tenuta in questi giorni, Don Matteo ha spiegato che «Non a tutti è piaciuta o piace la mia vita; a nessuno, però, era lecito portare in pubbliche piazze valutazioni negative sulla mia persona, che hanno fatto male a me ma soprattutto alla comunità. Ho ringraziato tutti quelli che mi hanno voluto bene. Ma con altri, una piccola minoranza, ho avuto qualche problema. Che chiarirò parlando con loro personalmente», scrive l’ormai ex parroco di Santa Maria di Ponte Ronca. «Non mi voglio soffermare sulle cause di questo avvicendamento alla guida della parrocchia; il vescovo mi disse già molti mesi fa che 10 anni erano abbastanza; la necessità di creare unità pastorali ha dato pure il suo contributo; ma le grandissime difficoltà che ho sperimentato, soprattutto l’ultimo anno, hanno, sicuramente, accelerato il processo», prosegue Don Matteo, prima di esporre un richiamo forte alla sua scelta di vocazione, così salda e mai messa in discussione in questi lunghi anni di parroco.

 «Gesù, vero uomo, è venuto a prendersi cura dell’uomo, della sua pienezza e fioritura: questa è stata l’ossessione della mia vita, della mia presenza qui. E credo che sia stata anche la fonte delle cose più belle ma anche delle più difficili». La chiusura sembra ancora un bella frecciatina contro chi sa/ è responsabile dei motivi di questo improvviso addio: «Non sono una persona che coltiva rancori o cerca vendette; mi chiedo solo perché e a che cosa è servito. Gesù schiaffeggiato nel processo chiede: perché? La Chiesa è fatta di peccatori; a mie spese ho faticosamente imparato che i limiti, le ferite sono le feritoie attraverso cui passa la grazia di Dio. Nella Chiesa spesso i limiti e le ferite degli altri sono le occasioni per dimostrare la nostra cattiveria. Il Vangelo promette che i pubblicani e le prostitute ci precedono nel Regno dei Cieli. Matteo, il mio patrono, era pubblicano. Magari vi avessi anche solo mostrato come è gratuita e bella la grazia di Dio che ci porta poi al banchetto insieme».

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