NON SAPEVO DI ESSERE INCINTA/ “Sono andata in bagno e ho avuto delle perdite: dopo poco è nata la bambina”

- Eleonora D’Errico

Partorisce in un tugurio la figlia nata morta: accusata di infanticidio la donna sarda che si difende sostenendo di non sapere di essere incinta. 

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Partorisce in un tugurio, accusata di infanticidio

Non sapeva di essere incinta. Così si difende Sara Gaspa, la mamma che nel 2016 venne accusata di infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto. La vicenda, raccontata da La Nuova Sardegna, aveva avuto come sfondo una baracca a Santa Maria di Coghinas, Sassari, dove la donna aveva partorito una bimba, nata morta, nel bagno della sua casa-tugurio alla periferia del paese, mettendo a rischio la sua stessa vita. «Non sapevo di essere incinta, non me ne sono accorta. Fin da quando era ragazzina il mio ciclo non è mai stato regolare», parla così la donna davanti al collegio di giudici presieduto da Maria Teresa Lupinu (a latere Sergio De Luca e Vittoria Sechi). «Prendevo anche le pillole anticoncezionali. Quella mattina sono andata in bagno e ho avuto delle perdite, dopo pochissimo è nata la bambina, non ho provato alcun dolore al momento dell’espulsione. Tutte le donne che fanno parte della mia famiglia hanno partorito così, naturalmente e senza soffrire». Sono queste le parole riportate sul quotidiano sardo, che si è sempre occupato della vicenda.

LA MORTE NEL BAGNO DELLA CASA-TUGURIO

Era il 6 gennaio del 2016 quando la donna ha partorito la bambina nella casa tugurio dove viveva, a suo dire, senza sapere di aspettare un figlio. La Procura di Sassari aveva indagato sulla vicenda con protagonista la 30enne. Secondo le ricostruzioni, neppure il compagno della donna, né i suoi familiari, sapevano che la ragazza fosse incinta. L’unica certezza è che la coppia vivesse ai margini della società, in una stanza senza acqua né riscaldamento, una situazione di cui neppure il Comune era a conoscenza. Il sostituto procuratore Paolo Piras aveva chiesto da subito il giudizio immediato. L’accusa nei suoi confronti era quella di infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto, contestatale fin dal primo momento dai magistrati. Le indagini, infatti, avevano fin da subito fatto sospettare che quanto raccontato dalla donna non corrispondesse a verità. In particolare, concentrandosi sul profilo Facebook della donna, erano trapelate alcune frasi sospette, finite nel fascicolo dell’inchiesta insieme alle poche parole pronunciate il giorno della tragedia, prima che la trentenne si chiudesse nel silenzio.

LA DONNA VIVEVA AI MARGINI DELLA SOCIETÀ 

La gravidanza era stata portata a termine nella fatiscente abitazione in cui la giovane mamma, 30 anni, viveva con il suo compagno, un compaesano di 49 anni. Oltre alla tragedia della morte del bambino, i soccorsi si sono trovati davanti una casupola in condizioni igieniche estreme, a maggior ragione per partorire, come poi avevano osservato il procuratore Paolo Piras e il sostituto Maria Paola Asara, parole riportate dai quotidiani sardi, nonché dall’Ansa. Il provvedimento nei confronti della donna risultò subito un atto dovuto, anche se restava da capire se la donna realmente non sapesse della gravidanza o se avesse deciso di mantenere il segreto, senza dire niente neanche al compagno, per paura che i servizi sociali potessero portarle via la creatura, dato lo stato di indigenza in cui viveva. Il processo, ora, dovrà accertare quanto accaduto e capire se la morte del bambino poteva essere evitata o meno.

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