SCONTRI AL G7 DI TORINO/ Uscire dai sepolcri imbiancati degli anni 70 non fa bene nemmeno a chi ha ragione

- Aldo Brandirali

Come regolarmente accade a ogni summit, anche questa volta si ripetono al G7 di Torino le manifestazioni degli antagonisti, un rito vecchio e stanco che non propone nulla. ALDO BRANDIRALI

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Foto LaPresse

A Venaria, alle porte di Torino, si tiene in questi giorni l’importante confronto fra i paesi del G7 sui temi del lavoro. Con il primo gruppo di esperti si è alzato il sipario sulla “Innovation Week italian”: sei giorni, da questa mattina a sabato prossimo, alla Reggia di Venaria, nei quali i ministri dei sette Paesi più ricchi al mondo parlano di industria, scienza e lavoro nel futuro. Questi i temi dei tre G7, in cui manifattura e intelligenza si incontrano, per stabilire quale governo dare al cambiamento. Una prima assoluta.

Si affronteranno le questioni che stanno profondamente cambiando le condizioni del lavoro, dall’automazione crescente alla globalizzazione. Sarebbe veramente il caso di far pronunciare politica e sindacati su questi grandi problemi.

Come sempre in queste occasioni, si rifanno vivi coloro che manifestano in modo estremistico, pensando che il solo antagonismo generi contenuti alternativi alle politiche dei governi.

La manifestazione ha cercato più volte di raggiungere piazza Carlina, dove c’è l’albergo in cui dormono i ministri ospiti del vertice, ma le forze dell’ordine hanno bloccato l’accesso alle vie del centro. In almeno due casi manifestanti e forze dell’ordine sono arrivati a contatto con piccole cariche di alleggerimento. Sono stati anche fermati due ragazzi, di cui uno minorenne, ma già nelle prossime ore la questura dovrebbe rilasciarli.

I manifestanti, più di 500 a fine corteo, hanno occupato l’università annunciando che sarà questa la base della protesta fino a domani e che stanotte l’ateneo sarà aperto per ospitare i manifestanti in arrivo da fuori Torino.

Il corteo si è concluso con l’annuncio di un nuovo appuntamento oggi alle 16, con partenza da Palazzo Nuovo.

Uno degli slogan era: “Una generazione vi accusa” sullo striscione firmato Reset G7 esposto in cima alla scalinata di ingresso di Palazzo Nuovo, negli anni 70 terreno di scontri tra studenti di diverse tendenze politiche e polizia, nonché di occupazioni e assemblee studentesche.

Nella notte gli antagonisti tra slogan contro le forze dell’ordine e striscioni di opposizione al ministro del Lavoro e al sindacato Cisl, hanno preso di mira anche un supermercato.

Chi protesta ha ragione di avercela con gli oligopoli finanziari e i circoli chiusi che decidono della vita degli altri, al riparo da occhi legittimamente interessati, in tempo di crisi. Ma tutto appare oggi da un lato scontato, dall’altro ineluttabile. Così, le proteste “non protestano” più, appaiono uno stanco rito di contorno.

Ci sono questioni epocali da affrontare: la precarietà come risvolto della flessibilità richiesta per far fronte alla rapidità dei cambiamenti tecnologici, la ripresa economica che non si completa con la creazione di posti di lavoro, la disoccupazione giovanile che è la conseguenza della grande disponibilità di lavoratori che si offrono sul mercato. La difesa sindacale dei diritti dei lavoratori a fronte delle flessibilità del lavoro.

Dunque cosa fare per avere parte nei meccanismi decisionali, in questo tempo nel quale i sindacati hanno completamente perso di vista la diffusa condizione di precariato?

Il problema è i manifestanti antiG7 non hanno neanche lontanamente la capacità di entrare nel merito, di fare analisi e proposte, di indicare le strade per una lotta possibile e utile. Il loro grido sembra uscire dai sepolcri imbiancati degli anni 70. Come la frase messa sullo stesso striscione, “contro lo sfruttamento dei lavoratori da parte delle multinazionali”. Che vede solo il potere superiore delle multinazionali, senza poter dire che invece le imprese nazionali funzionano bene.

Mi auguro che si colga l’occasione per aprire davvero il dibattito. Bisogna affermare che la possibilità del posto di lavoro deve essere per tutti, che di conseguenza si pratichino politiche attive per valorizzare tutte le situazioni che producono lavoro.

Situazioni di degrado investono territori e quartieri, ovunque c’è bisogno di mettersi al lavoro, per rimettere al passo le realtà rimaste indietro nella tendenze di sviluppo creativo e qualitativo. Bisogna superare la logica liberista del lasciar fare al capitale e della ricerca del profitto fine a se stesso. Là dove si genera forza con la nuova economia bisogna ottenere che si utilizzino le risorse create per dare compimento alla vita della società tutta.

Economia, politica e bene comune devono convergere e questa può essere la ragione delle manifestazioni che gridino con forza il bisogno di unità fra mercato e responsabilità sociale.

Allora manifestare non per l’antagonismo, ma per la responsabilità e il bene comune. Sarà possibile che accada? Dipende dal fatto che si rigeneri l’impegno attivo dal basso, dalle comunità e dai movimenti.

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