Il terrorismo si nutre di umiliazioni/ Dion: “Per combattere il fanatismo non servono armi ma comprensione”

Il terrorismo si nutre di umiliazion: il regista Cyril Dion invita ad andare alle radici del male. “Per combattere il fanatismo non servono armi ma comprensione”, scrive su Liberation

05.09.2017 - Silvana Palazzo
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Immagine di repertorio (LaPresse)

Il terrorismo si nutre di umiliazioni, si è alimentato con la colonizzazione. Il risentimento nei confronti dell’invasore è allora l’energia che muove i terroristi. Parte da qui l’analisi del famoso regista Cyril Dion, che ritrova tra le strade di Parigi quell’aria che aveva respirato camminando tra quelle di Israele. Pattugliamenti di soldati, uomini e donne che vivono con la consapevolezza di poter essere attaccati in qualsiasi momento. Far leva sul risentimento nei confronti dei francesi è facile per i terroristi, secondo Dion, perché la Francia, insieme al Regno Unito, hanno smantellato i confini esistenti al termine della prima guerra mondiale, tracciando arbitrariamente i nuovi confini. L’umiliazione delle popolazioni si è trasformata in un risentimento che si è evoluto in una vera e propria polveriera. Le sofferenze del popolo palestinese sono state strumentalizzate dai movimenti jihadisti come simbolo dell’umiliazione che l’Occidente ha causato alla cultura musulmana. E il conflitto israelo-palestinese è il simbolo della tragica ricomposizione storica: Israele per i palestinesi rappresenta l’invasore europeo, il colonizzatore che impone la propria presenza. Gli ebrei a loro volta devono lottare per non scomparire. «Cosa pensano allora i siriani, iracheni e libici i cui territori sono stati divisi dalla Francia e dal Regno Unito all’inizio del XX secolo dopo averli colonizzati, e che sono stati poi invasi di nuovo da americani e francesi?», scrive Dion su Liberation. 

ALLE RADICI DEL MALE PER COSTRUIRE UN FUTURO COMUNE

E allora cosa possono fare i giovani relegati in ghetti periferici ma attirati dal consumismo occidentale? Il Corano rappresenta per loro la risposta all’umiliazione subita. Dion precisa di non voler negare la follia distruttiva dell’Isis, ma di provare a comprendere una parte della popolazione, come del resto una parte della popolazione tedesca era nazista. Per il regista la follia non può essere sconfitta con l’attuale politica di sicurezza, perché è come un pesticida applicato su un terreno già malato. Bisogna curare il terreno, agire alla radice del male, per evitare che si riproduca ancora. «Non ho la pretesa di essere un esperto di geopolitica o terrorismo internazionale. Ho trascorso solo pochi anni in Medio Oriente, nel Maghreb, cercando di avvicinare israeliani e palestinesi, ebrei e musulmani. Ma penso di aver imparato una cosa: la violenza e il terrorismo si nutrono di umiliazioni», aggiunge Dion. E consiglia allora di andare nei sobborghi di Gaza, Baghdad, Mosul, ma anche in quelli di Parigi, Bruxelles, Londra e Barcellona per capire la storia di questa gente. Non serviranno armi, ma la cultura per capirsi e costruire un futuro comune.



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