MATRIMONI GAY/ L’Australia pronta a decidere con un sondaggio postale

- Fabio Belli

Matrimoni gay, Australia pronta a votare per posta. Ci sarà tempo per esprimersi sul tema entro il 7 novembre, la Corte Suprema ha stabilito questa formula negando le urne

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"Mia figlia persa per l'ideologia LGBT" (LaPresse)

Forse non tutti sanno che l’Australia è uno degli ultimi paesi nel mondo a non avere una legislazione ben definita sui matrimoni gay. Una situazione di stallo che si protrae da diversi anni, con le opposizioni dei conservatori, molto forti e radicate, che non hanno mai portato a una decisione chiara sul da farsi. Ma ora, per sedici milioni di australiani è arrivato il momento delle decisioni, da prendere come molto spesso è accaduto su temi etici e sociali tramite un referendum. La grande novità relativa al quesito che chiederà ai cittadini dell’Australia se mantenere o rimuovere il bando sui matrimoni gay, riguarda la possibilità di votare per posta: il referendum sul tema si terrà infatti con un sondaggio postale, una consultazione che interesserà tutto il corpo elettorale dell’Australia, che riceverà la scheda comodamente a casa e avrà tempo fino al 7 novembre prossimo per rispedirla. Il che dilaterà abbastanza i tempi per la risposta, ma porterà almeno a una fase di chiarezza una questione rimasta a lungo sotto il tappeto.

NEGATO IL VOTO DAL SENATO 

Le associazioni dei diritti civili si erano opposte alla possibilità del referendum, chiedendo semplicemente che l’Australia si adeguasse alle legislazioni degli altri paesi che già si erano espressi positivamente sul tema, permettendo ai gay di poter celebrare le loro unioni e veder riconosciuti così pienamente i loro diritti. La Corte Suprema dello stato dell’Oceania ha però respinto tutti i ricordi, passando la palla direttamente agli elettori che di fatto decideranno sui matrimoni gay attraverso un sondaggio, votando da casa e spedendo il tutto per posta. La consultazione ha avuto una gestazione estremamente travagliata, con il Senato australiano che ha bocciato per due volte la possibilità di votare così come gli attivisti per i diritti civili avevano richiesto. Un referendum alle urne avrebbe richiesto però un’autorizzazione che da parte del Parlamento non è arrivata: la Corte Suprema ha così deciso per la consultazione postale, da chiudere entro il prossimo 7 novembre.

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