UNA MADRE SFIDA L’ISIS/ “Per anni hanno minacciato di uccidere o vendere i miei figli, ma ora…”

- Niccolò Magnani

Una madre sfida l’Isis: la storia e il grido di Janiva, per anni segregata, picchiata e dominata assieme ai 4 figli dai padroni islamisti. “Maledico Daesh, eravamo schiavi loro”

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Miliziani dell'Isis trasportati in una enclave (Lapresse)

Il Male è caduto: dopo la fine dell’Isis, almeno nella sua opprimente mano nera sul territorio di Iraq e Siria, sta portando lentamente alla luce un numero impressionante di storie assurde fatte di crimini, tragedie, eccidi e torture perpetrati dall’islamismo radicale di Daesh contro “gli infedeli” del Corano. AsiaNews ha raccolto alcune testimonianze agghiaccianti, in particolare due quelle di cui ci occupiamo ora: una madre che vive nel terrore e nella lotta ora, giorno dopo giorno, per liberarsi di quell’incubo nella sua famiglia e nella sua testa. E poi la tragedia immane delle bimbe yazide, schiave, stuprate, torturate e vendute nell’immonda tratta delle persone inermi di fronte alla furia ideologica e radicale della jihad. Janiva Saleh Ahmad è una donna schiava liberata da Daesh giusto pochi mesi fa: racconta ad Asia News, «Prendevano le ragazze per loro, ogni combattente sceglieva la ragazza che voleva. Le più ambite erano le bambine che avevano appena nove anni, che rivendevano al prezzo di un quaderno, ma a volte anche in cambio di una stecca di sigarette o di una pistola». Lei è stata picchiata con i suoi quattro figli, per anni e tenuti sotto chiave, lei doveva servire i suoi aguzzini senza dover fiatare, pena la morte. «Dovevo cucinare, lavare i panni, i piatti, il pavimento e fare il pane».

E’ rimasta con lo stesso padrone praticamente per un anno e due mesi costretta a fare tutto quanto le chiedeva, «minacciando altrimenti di uccidere i suoi figli davanti ai suoi occhi o di venderli», spiega la testimonianza dei colleghi di Asia News. In questi anni l’intera famiglia di Janiva, come quelle di tantissime altre povere donne sparse tra l’Iraq e la Siria, è stata sottoposta alla infida persecuzione e indottrinamento religioso: «Ci hanno obbligati a professare la fede islamica. Anche se liberata da Daesh non mi sono liberata dal terrore: Continuo a vederli nei miei sogni ed anche miei figli sono tutt’ora traumatizzati». I piccoli portano sui corpi i segni delle rotture di ossa dovute al pestaggio del “padrone”: «Io maledico Daesh – conclude la drammatica testimonianza la giovane donna – che non vedano un giorno di felicità né loro, né le loro mogli, né i loro figli. Io ho ancora paura di loro».

LA TRAGEDIA DELLE BIMBE YAZIDE

Donne, bambini e bambine, le categorie più deboli e prime vittime dell’orrore perpetrato dallo Stato Islamico in Medio Oriente e in Nord Africa: un dramma continuo, esattamente come quello che ha colpito Israa Barakat Hagi. Una bimba yazida, una delle etnie maggiormente colpite e trucidate da Daesh: «La madre Shirin è morta, e Israa trova difficoltà nel parlare e raccontare. La vita passata in silenzio per paura della punizione le ha insegnato a temere le parole. Fra tutte le bambine sopravvissute e tratte in salvo finora, Israa è sicuramente quella che ha  passato più anni , tre per l’esattezza, come schiava negli emirati del Califfato di Daesh», spiega Asia News mostrando alcune delle poche parole riferite dalla bimba, per fortuna oggi liberata e in grado di poter ricominciare una vita tutta da capo. Ma con il dolore nel cuore e nella mente, oltre che nel corpo per gli anni di abusi subiti: «All’inizio hanno radunati tutti noi bambini nell’ospedale, poi ci hanno divisi in varie case dopo che ognuna di noi è stata scelta da uno. In tre anni ho cambiato tre padroni e vissuto in tre case diverse», racconta piangendo la piccola Israa. I padroni islamisti si assomigliavano tutti perché da lei volevano una sola cosa: «Dimentica la tua famiglia, non tornerai mai più da loro», la picchiavano e abusavano di lei. Poi è arrivata la guerra contro le forze di liberazione della città di Mosul: la ragazzina si trovava all’ospedale dopo i bombardamenti, «Mi avevano detto che sarebbero poi venuti a prendermi dopo la vittoria, ma non hanno trionfato», sorride timidamente la piccola. Chissà da quanto non sorrideva così: un orrore che non può essere dimenticato e che deve essere raccontato.

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