ELENA CESTE/ Il marito Michele Buoninconti condannato a 30 anni: assolto in Cassazione? (Il Terzo Indizio)

- Emanuela Longo

Elena Ceste: il giallo sul delitto di Costigliole d’Asti al centro del programma Il terzo indizio. Il marito Michele Buoninconti condannato in primo e secondo grado.

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Elena Ceste, oggi sentenza (Quarto Grado)

Il caso di Elena Ceste sarà al centro della seconda puntata de Il Terzo Indizio, la trasmissione di Rete 4 in onda nella prima serata di oggi e condotta da Barbara De Rossi. Si tratta di un giallo che ha sollevato l’attenzione dell’opinione pubblica italiana per la sua efferatezza e per il contesto familiare nel quale il delitto della donna si è compiuto. L’intera vicenda di cronaca di Elena Ceste sarà raccontata con il linguaggio della docufiction grazie alla quale sarà ricostruita la storia di Elena e della sua famiglia, incluso il marito Michele Buoninconti accusato nei primi due gradi di giudizio di essere il solo responsabile del suo assassinio. Elena Ceste aveva 38 anni ed era madre di quattro bambini quando la mattina del 24 gennaio 2014 fece misteriosamente perdere le sue tracce dalla sua villetta di Costigliole d’Asti.

Quasi subito scattarono le ricerche, dopo la denuncia da parte del marito Michele Buoninconti e per mesi fu setacciato l’intero territorio nei pressi dell’abitazione senza però trovare alcuna traccia della donna, apparentemente sparita nel nulla. In attesa di novità, furono numerose le piste che si susseguirono e che fecero emergere una presunta doppia vita di Elena, mamma affettuosa ma allo stesso tempo moglie stanca. Per questo aveva scambiato diversi messaggi con alcuni corteggiatori. In questo contesto si andarono ad inserire i tentativi di depistaggio messi in atto dal marito e vigile del fuoco, Michele Buoninconti, che agli inquirenti raccontò: “Mia moglie mi ha raccontato che la stavano ricattando per un filmato con un amico”. Un racconto che tuttavia non convinse affatto gli inquirenti.

ELENA CESTE: TUTTE LE TAPPE DEL PROCESSO

La prima vera svolta avvenne con il ritrovamento del cadavere di Elena Ceste, avvenuto molti mesi dopo la sua sparizione, il 18 ottobre 2014, nelle acque del Rio Mersa, a poche centinaia di metri dall’abitazione dalla quale la donna era scomparsa e dove viveva con i figli ed il marito. I dubbi degli inquirenti su Michele Buoninconti si fecero allora sempre più insistenti anche per via dei risultati delle celle telefoniche che lo incastrarono. Secondo i magistrati Elena fu uccisa dal marito che la strangolò in casa poco dopo le 8 del mattino, quindi trasportò il corpo in auto, a 900 metri appena dalla villetta. Dopo l’arresto avvenuto nel gennaio 2015 prese il via il processo a carico dell’uomo che scelse di essere giudicato con il rito abbreviato ed il 4 novembre di tre anni fa si concluse il primo grado con una condanna pesantissima a suo carico: 30 anni di reclusione. La stessa fu poi confermata anche nel secondo grado dai giudici dell’Appello i quali, nelle motivazioni, misero nero su bianco come l’omicidio sia avvenuto con “lucidità e ferocia”.

Secondo l’Appello l’imputato ha “costantemente agito per precostituirsi un alibi” oltre che di depistare le indagini. Come ricorda La Stampa citando proprio le parole dei giudici, Buoninconti tentò di depistare gli inquirenti anche nella fase di ricerca del corpo della moglie, portando i colleghi nelle immediate vicinanze del luogo dove fu poi rinvenuto il cadavere ma indirizzandoli poi sul lato della ferrovia e “riservando a sé solo il compito di (fingere di) perlustrare il sito dove giaceva il corpo inanimato di Elena”.

La scorsa estate gli avvocati Scolari e Marazzita, difensori di Michele, hanno presentato il ricorso in Cassazione come già ampiamente annunciato nei mesi precedenti, ribadendo la natura squisitamente indiziaria del processo a carico del proprio assistito. I due legali, come spiega LanuovaProvincia.it, avevano ritenuto “irragionevole” la decisione dell’Appello di rigettare le richieste di perizie sulle celle telefoniche e sulla causa della morte di Elena Ceste. Spetterà ora alla Suprema Corte confermare o meno le precedenti due condanne a 30 anni di reclusione a carico dell’uomo accusato del gravissimo delitto della moglie e madre dei suoi figli, dei quali Buoninconti ha perso la patria potestà con il divieto di incontro e di colloquio.

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