TRENO DERAGLIATO/ Eppure il nostro cuore rifiuta il male e ricomincia a costruire

- Federico Pichetto

Ieri mattina un convoglio di Trenord proveniente da Cremona e diretto a Milano è deragliato alle porte di Pioltello (Milano). 3 morti e 46 feriti di cui 4 gravi. FEDERICO PICHETTO

treno_incidente_ferrovie_deragliamento_1_lapresse_2018
Treno deragliato a Pioltello (Foto: LaPresse)

Volgendo lo sguardo alla linea ferroviaria Cremona-Milano il giorno dopo il deragliamento che ha portato alla morte tre persone, ferendone altre 250, sono tante le considerazioni che emergono.

Il binario ha un compito fondamentale nella vita di chi viaggia: permettere al treno di correre e di realizzare, nel suo piccolo, il bisogno di chi deve spostarsi per lavorare e costruire un pezzo della propria esistenza. Il binario che cede, anche solo per 23 centimetri, diventa così metafora di un paese che ha smesso di stare dalla parte del bisogno e dei desideri dell’uomo. Sui desideri oggi si lucra, la corruzione guadagna e il cinismo fa profitti. I desideri oggi non sono più di nessuno, sono diventati proprietà private da sfruttare per arricchire il proprio egoismo e il proprio portafoglio. Disinteressarsi dei pendolari, delle loro storie e dei loro sogni, significa disinteressarsi dell’umanità riducendola a un incidente di percorso privo di valore. Su quel treno deragliato viaggiava una parte di noi, quella parte della nostra vita che stringe i denti e lotta per trasformare la confusione e lo smarrimento dei nostri giorni in un qualcosa di buono, di vero, di giusto. Torna alla mente l’asino su cui Gesù decide di salire per entrare a Gerusalemme: alcuni evangelisti si premurano di dire che su quell’asino non era mai salito nessuno. L’asino è icona dell’umano, di un’umanità sfruttata da tutti ma amata da nessuno. Perché la verità è che nell’incuria per quel binario c’è tutta la trascuratezza che ciascuno di noi ha per il proprio io, per i bisogni più veri e più radicali di cui tutti siamo fatti.

E qui c’è la seconda breve considerazione. Un istante dopo la tragedia, sui social tutti si sono messi a recriminare per quello che era successo e per i motivi che lo avevano causato. Quasi che l’istinto di tutti aspettasse solo un’occasione per gridare al mondo intero quanta poca cura la comunità — lo Stato! — abbia per il bene di ciascuno. Non è solo una rabbia e un veleno alimentato dal solito malcontento italico: è una sensazione vera che si respira in questa società tormentata dalla campagna elettorale. Si ha come l’impressione che quello che siamo, il nostro bene, non importi davvero a nessuno. Il fatto è che questa percezione è a priori, sta prima, rispetto alla realtà. È come se ognuno la sentisse come il giudizio ultimo su di sé e cercasse nelle cose che accadono delle prove che la confermino. Questa tragedia fa emergere in tutta la sua imponenza la concezione di noi che ci portiamo dentro e che affonda le sue radici nella nostra adolescenza, se non nella nostra infanzia: nessuno si occupa di me.

Eppure, tra quelle lamiere e tutto il nostro cinismo, stamattina ci siamo di nuovo alzati. Ognuno è in questo momento al suo posto nel grande gioco della vita. Non è questione di abitudine, è che questa versione dei fatti proprio non ci convince. La morte, la malattia, il tradimento, il peccato non ci hanno ancora del tutto convinto. E siamo lì, come quei feriti che tra le carcasse del treno attendevano qualcuno che li soccorresse. Certi che, anche se è buio e tutto sembra così già violentemente scritto, in realtà la nostra storia non finirà così, non finirà qui. Certi che nella notte un volto, uno Sconosciuto, arriverà. E, senza nulla dire e nulla pretendere, si prenderà cura di noi. Perché é così che ricomincia un paese, un matrimonio o un’amicizia: da un gesto di pura gratuità, da chi, nel buio, sente ancora bisogno che l’altro non vada perduto, ma che per tutti ci sia un bene. Un altro binario dove far correre il desiderio del cuore.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori