FALÒ DI PADOVA 20 ANNI DOPO/ Sentiamo ancora l’abbraccio di don Giussani

- Graziano Debellini

Nonostante siano passati venti anni da quella sera in cui a Padova scoppiò la tragedia, è tutt’ora vivo il segno di una Prezenza più forte del dolore e della morte. GRAZIANO DEBELLINI

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Basilica del Santo, Padova

Era la sera dell’Epifania del 1998. Improvviso ed inspiegabile lo scoppio del falò in via Forcellini al centro Papa Luciani allora in costruzione. 50 feriti, 2 morti: Massimo di 30 anni e Giulia di 7 e altri 6 bambini a rischio di vita. È la tragica notizia di apertura di tutti i telegiornali di quella Epifania. Sono passati 20 anni. Da allora, ogni anno il 6 di gennaio, una messa affollatissima, ricorda con una preghiera quella tragedia.

Resta la curiosità di capire perché quegli eventi “da dimenticare” siano ancora così vivi e presenti a distanza di tanti anni, con quei bambini ormai diventati uomini e talvolta papà e mamma. Il primo ricordo è di come quel grande dolore colpì e commosse tutta la città. Di solito si cerca innanzitutto il colpevole e invece la prima reazione dall’ospedale a tutta la città fu un’accoglienza, una disponibilità a soccorrere e a condividere le urgenze. La conferma di tutto ciò la si vive pochi giorni dopo, quando oltre 2mila persone gremirono la Basilica del Santo per i funerali di Giulia Vianello e Massimo Paulon. 

Poi cominciarono i lunghi mesi della rianimazione per i feriti più gravi. Medici, infermieri e autorità della nostra città, si prodigarono per mesi per rendere più lieve quel dolore e aiutare la guarigione. Ogni giorno decine e decine di persone si alternavano spontaneamente per assistere giorno e notte i feriti più gravi. Tutti ricordano la grande generosità della direzione sanitaria e quell’incessante disponibilità di alcuni medici e infermieri che commosse tutte le famiglie. Chi non ricorda tra gli altri il professor Giron, il dottor Meroni e la dottoressa Bonavina. 

C’era inoltre come una ininterrotta processione che dall’ospedale giustinianeo arrivava fino all’altare che custodisce la tomba di S. Antonio. Lì giovani e famiglie si ritrovavano in ginocchio a pregare per la salute dei loro cari. In prima fila un sacerdote di Roma, si chiamava don Giacomo Tantardini e lo aveva mandato don Giussani. Molti lo ricordano, nei 10 anni successivi, nell’aula magna dell’università a tenere i convegni su S. Agostino. Il 22 dicembre scorso, Papa Francesco in un video collegato con l’Università di Padova lo ha voluto ricordare. Dell’allora cardinal Bergoglio è anche la prefazione del volume che raccoglie quelle appassionate lezioni.

Don Giacomo morì nell’aprile del 2012 per un improvviso tumore ai polmoni. Il 21 febbraio di quell’anno celebrò la sua ultima messa in Basilica del Santo e lo accompagnò in chiesa Pietro Calogero con la sua macchina. Per tanti amici quel sacerdote fu quello che ci insegnò a pregare e soprattutto a far pregare i bambini per la guarigione dei malati.

E la preghiera era la prima cosa che anche Don Giussani chiedeva nelle telefonate quasi quotidiane. Il messaggio che fece arrivare a tutte le comunità d’Italia e del mondo era questo: “…nella fraternità di Padova il Signore dice qualcosa a tutti noi … ascoltando la notizia tragica misteriosa come la morte di Gesù, chiediamo innanzitutto, attraverso la mediazione della Madonna, che il Signore aiuti i nostri amici veneti … viviamo perciò tutti insieme il dolore di questo momento“. Era ed è evidente in quel messaggio una predilezione di don Giussani per quella fraternità così colpita.

Subito dopo la preghiera don Giussani chiedeva l’aiuto materiale sia medico che economico per le famiglie colpite. Immediatamente elargì 100 milioni di lire come aiuto e così si aprì un fondo di solidarietà che in pochi mesi raccolse oltre 500 milioni di lire. Il fondo fu poi distribuito alle persone colpite dopo una attenta valutazione di medici e autorità. Ancor più sorprendente fu il fatto che nessuna delle 50 famiglie colpite fece una qualche denuncia o richiesta di danni. E accadde così che tantissimi della nostra città, che avevano sempre considerato quella piccola comunità nata da don Giussani come qualcosa che oscillava tra l’ecclesiale e la politica, vedendo quelle persone attraversare “in quel modo sorprendente” quel mare di dolore, rimasero così colpite da far gara per aiutare. 

Assieme al ricordo di don Giussani, di don Giacomo, del professor Romano Bruni, dei tanti medici e famiglie, vorrei ricordare anche un’altra figura che fu tra gli angeli custodi di quel tragico momento: era il famoso chirurgo modenese Enzo Piccinini che accompagnò quel dolore con amore e competenza e lasciò le tracce di una grande amicizia. Enzo Piccinini mori 2 anni dopo in un incidente stradale tornando dal lavoro.

Sono passati 20 anni e il ricordo di quei giorni è ancora vivo ad esempio nelle ferite rimaste visibili come in Guido: da allora su una sedia a rotelle, ma non manca mai talvolta di sorprendere con delle lacrime che sembrano parlare. 

Ma forse la cosa più bella (assieme alla sorpresa di straordinarie guarigioni) per cui ancora oggi si ricorda e si prega, è stata lo spettacolo di una umanità in cui era evidente la Presenza di qualcosa di più potente del dolore e della morte. Perché di questo anche oggi abbiamo bisogno.

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