IL CASO/ Per una volta Repubblica dice la verità (sulla Siria), poi smentisce

- Alberto Leoni

Si può dire la verità e poi smentirsi, ritenendo di avere fatto disinformazione? Sì, ed è successo a “Repubblica”. Guai a criticare chi muove le leve del potere occidentale. ALBERTO LEONI

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In Siria (LaPresse)

L’internauta che si sia trovato a vagabondare sulla rete in questi primi giorni del 2018 avrà assistito a uno spettacolo sicuramente divertente per lui e imbarazzante per la redazione online di Repubblica. Tutto inizia il 4 gennaio quando il giornalista Carlo Ciavoni commenta con toni ruvidi la notizia di un bombardamento russo sulla roccaforte ribelle di Ghouta, in Siria, che avrebbe provocato 28 morti. Poiché la fonte della notizia è l'”Osservatorio siriano dei diritti umani”, Ciavoni ne trae spunto per prendere a scarpate il suddetto Osservatorio come centro di propaganda jihadista, contraddicendo la linea editoriale del giornale di Scalfari sul conflitto siriano. Ora, che l’Osservatorio, gestito da Rami Abdel Rahaman, sia fonte di “fake news” non è cosa nuova. Autorevoli giornalisti come Sebastiano Caputo sul Giornale e Bruno Ballardini su Il Fatto Quotidiano lo sostengono rispettivamente almeno dal 2015 e dal 2016. E’ ciò che avviene nelle ore successive che stupisce e diverte il lettore, perché, nel giro di una giornata, l’articolo viene rimaneggiato e le sue spigolosità smussate per riemergere subito dopo intatte in una girandola di riedizioni. 

Forse non sapremo mai cosa sia accaduto in redazione ma, sempre il 4 gennaio, il pezzo di Ciavoni scompare, asfaltato da un articolone così introdotto: “Il 4 gennaio in questa pagina è stato pubblicato un articolo dal titolo “Siria, le narrazioni fasulle dell”Osservatorio siriano sui diritti’ che copre i crimini dei cosiddetti ‘ribelli'” che non rispettava gli standard di accuratezza e imparzialità di questa testata. Ce ne scusiamo con i lettori. Quello che segue è un tentativo di fornire un punto documentato e il più possibile oggettivo sullo stato dell’informazione riguardo alla guerra in Siria“. 

Vestita di sacco e col capo coperto di cenere, fustigata con verghe color del sangue come i parricidi nell’antica Roma, la redazione di Repubblica racconta al pubblico come sia sempre più difficile fare informazione in Siria e, fondamentalmente, non ci siano fonti affidabili. Il che è un modo per alzare bandiera bianca e confessare che le notizie finora fornite da Repubblica devono essere tolte dal disco fisso della nostra memoria e formattate senza por tempo in mezzo.

Ma il meglio deve ancora venire. Alle 5.33, dopo una notte di tregenda al cui confronto quella dell’Innominato è un’orgia in discoteca, il buon Ciavoni twitta “ho commesso un grave errore. Lo ammetto. Risultato imperdonabile della fretta. Chiedo scusa ma il problema dell’attendibilità dell’Osservatorio rimane. E cose (sic!) se rimane!!!“. Una posizione che ricorda troppo l'”Eppur si muove!” di Galileo Galilei al cospetto dell’Inquisizione romana, una “società dei magnaccioni” in confronto alla direzione di Repubblica.

Al di là dei guai professionali, singoli e collettivi, sui cui si stende come velo funebre la nostra umana pietà, la vicenda rappresenta l’ennesima pietra tombale sull’attendibilità dell’informazione mainstream odierna. Solo un’attenzione e una documentazione personale e continua, per quanto non professionale, può renderci responsabili e capaci di comprendere la complessità del nostro mondo. 

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