BIOETICA/ Alvaré (George Mason University): su gay e aborto c’è una dittatura della minoranza

- int. Helen Alvaré

Un dittatura delle minoranze che dettano legge Su temi eticamente sensibili come l’aborto, il matrimonio gay e il valore di paternità e maternità. A denunciarlo è HELEN ALVARE’

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Un dittatura delle minoranze che dettano legge indisturbate su temi eticamente sensibili come l’aborto, il matrimonio tra persone dello stesso sesso e il valore di paternità e maternità. A denunciarlo è Helen M. Alvaré, professoressa di Diritto alla George Mason University, secondo cui una ristretta elite spadroneggia nella sfera delle decisioni pubbliche in contrasto al sentire comune su questioni molto dibattute come la bioetica e le norme sulla famiglia. Lo scorso aprile la professoressa Alvaré era intervenuta in un importante seminario promosso dalla Pontificia Università della Santa Croce con il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York, e l’Arcivescovo di Lyon, Philippe Barbarin.

Professoressa Alvaré, nella nostra società le questioni più importanti della vita sembrano oggi determinate dal diritto. La sensazione è che, siccome non sappiamo più riconoscere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ci rivolgiamo al diritto e alla legge per determinarlo. Che cos’è per lei, oggi, il diritto?

La legge è sempre stata molto importante nello stabilire regole normative su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. In molti casi però la legge non è stata però stabilita secondo modalità rispettose dei principi democratici. Il più delle volte le leggi non si affermano sulla base del sentire comune della maggioranza delle persone, bensì sulle convinzioni dei magistrati e di altre elite culturali ed economiche. Non riflettono quindi la moralità ampiamente condivisa o l’esperienza del corpo della società e delle famiglie che la compongono, soprattutto per quanto riguarda i temi della povertà e dell’infanzia.

La famiglia e il ruolo della donna sono al centro sia di numerosi interventi di Papa Francesco che dei suoi principali interessi accademici. Che cosa significa essere donna nella Chiesa e quale valore ha il “femminile” in un’istituzione che sembra essere gerarchicamente determinata dai maschi?

Il Papa nei suoi discorsi vuole dirci due cose. In primo luogo il lavoro che le donne stanno già compiendo nella Chiesa deve essere rispettato e valorizzato. Nello stesso tempo però il Santo Padre vuole farci riflettere e comprendere sul fatto che le donne non sono ancora adeguatamente incorporate nella Chiesa. La Chiesa è l’avvocato per antonomasia dell’idea che uomini e donne insieme compiono qualcosa di complementare. La Chiesa dovrebbe quindi esplorare a partire dalla sua stessa esperienza che cosa uomini e donne possono fare per il servizio comune quando sono insieme. In questo modo si scoprirebbe che donne e uomini animati da uno spirito morale quando lavorano insieme all’interno della Chiesa possono portare a frutti di grazia inaspettati.

Proprio su femminile e maschile si gioca oggi gran parte del dibattito sulla famiglia e sui cosiddetti “nuovi diritti”. Che cos’è secondo lei il genere e che ruolo deve avere nelle codificazioni giuridiche in materia di matrimonio e di famiglia?

Innanzitutto va posta maggiore attenzione al valore che uomini e donne rivestono insieme in quanto marito e moglie e soprattutto come genitori. Abbiamo assunto che fosse ovvio, al punto che non lo abbiamo esplorato per un periodo di tempo molto lungo. Ora però ci rendiamo conto che, specialmente con il movimento a favore dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, non possiamo più permetterci di dare le questioni per scontate. Sono giunta a credere che questo movimento che mira a distruggere e sradicare maschile e femminile sia una sorta di capriccio ideologico pubblico. E’ una questione che si intreccia ovviamente alle passate discriminazioni contro le persone che si identificano come gay o bisessuali. Il risultato però oggi è una sorta di agitazione permanente, che in parte ha caratterizzato numerosi movimenti che stavano cercando una vera libertà, a prescindere dal fatto che questa riguardasse la sperimentazione o la scelta di negare il valore del fatto di essere un genitore, o il movimento a favore dell’aborto.

 

Negli Stati Uniti, soprattutto nel primo decennio del nuovo secolo, abbiamo visto spesso esprimersi una linea definita “teo-con” a favore della famiglia “tradizionale”, dell’educazione e della vita. Lei che è anche consultore della Conferenza Episcopale Americana, ci può dire che cosa è rimasto delle battaglie di quel gruppo e quali sono stati i limiti della loro azione?

Il quadro in questo momento è molto complesso. Da un lato negli Usa c’è un sostegno accademico e popolare molto vigoroso nei confronti dei valori di matrimonio e vita umana. Nello stesso tempo ai massimi livelli dei vari governi statali, di molti magistrati, professori universitari e attori del cinema, c’è una volontà molto forte di negare il valore di uomini e donne in quanto padri e madri, nonché di censurare la tragicità dell’aborto. Chi sostiene queste posizioni è molto potente ed è in grado di fare sentire la sua voce in tutto il mondo. Non ci si dovrebbe però dimenticare del fatto che non soltanto a livello popolare, ma anche nelle Chiese, attraverso forme interconfessionali ed ecumeniche, tra i giornalisti e i ricercatori scientifici, c’è un’altrettanto robusta risposta a queste posizioni.

 

Oggi, in Europa, assistiamo spesso a una difesa dei valori cristiani senza un’attenzione seria all’esperienza cristiana. Quale rapporto c’è tra il suo pensiero giuridico e la sua fede?

Io credo in Dio, e per 30 anni ho cercato di far interagire in modo molto intenso fede e ragione nel mio lavoro. Come dice Papa Benedetto XVI, credo e ho visto per esperienza che la mia fede illumina ed è capace di portare una saggezza nuova nei miei specifici campi di interesse accademico. La fede mi dà una capacità di discernimento, dischiudendomi la comprensione di questioni legali, sociologiche o filosofiche che altrimenti non sarei riuscita a cogliere.

 

(Pietro Vernizzi)

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