(LEPORI) MEETING RIMINI 2015/ Lepori: San Benedetto pensava all’uomo non all’Europa

- La Redazione

Che significato ha il monachesimo oggi in un mondo dove le vocazioni calano e l’uomo si isola nel suo cinismo? Lo spiega Mauro-Giuseppe Lepori in questa intervista

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Mauro-Giuseppe Lepori

Mauro-Giuseppe Lepori è l’ospite di Sou, domenica 23 agosto, alle 12.20 e alle 20.20, su Tv2000. È monaco, abate generale dei Cistercensi, l’antico oRdine benedettino riformato. E’ svizzero, filosofo, teologo, autore di numerosi libri di educazione alla fede. E’ stato chiamato al Meeting a interpretare e spiegare il verso del poeta Mario Luzi che dà il titolo alla manifestazione: “Di che mancanza è questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?”. “Forse perché sono un monaco, e il monachesimo è strada per una felicità donata. Non si possono ingannare le persone facendo credere che la vita si costruisce con le proprie forze, col potere, col possesso. La felicità è scoprirsi donati per un amore che chiede risposta”.

E’ monaco per una chiamata, cui ha detto sì, con tutto se stesso. “In Europa i monaci hanno assunto molte funzioni, educativa, pastorale, che oggi vedono coinvolti soprattutto i laici,  associazioni, nuove congregazioni. I monaci sono chiamati a seguire “solo” la regola, cioè la preferenza di Cristo in un luogo di fraternità, stabile”.

Nonostante l’allergia odierna al termine “regola”: ”Significa essere retti, accompagnati in un cammino di conversione. Non è mai individuale, la conversione, ma personale in una comunità. La regola aiuta la libertà ad essere se stessa, e man mano che si avanza, dopo la fatica iniziale, il cuore si dilata e corre nei precetti, non è più l’obbedienza che lo tira. Io “sto” diventando monaco dall’84”.

Sono i monaci ad aver gettato le basi di quest’Europa immemore delle sue radici. “Ma san Bernardo, nostro fondatore, non si è preoccupato dell’Europa, bensì degli uomini e ha offerto a sé e a chi aderiva alla sua proposta un cammino di educazione alla fede. Oggi manca la coscienza che per costruire un popolo tocca rischiare se stessi in un’appartenenza, in un luogo, in una ricerca umile di carità, di fraternità”.

Non è preoccupato di quella che comunemente si chiama scristianizzazione, della crisi della fede, delle vocazioni.

“Non è mai la quantità, ma la libertà di chi crede a fare la differenza. E’ diminuito il numero delle vocazioni, ma non la coscienza e l’intensità di chi aderisce. E’ vero, oggi si censura il desiderio di Dio che è in ogni persona. C’è una cultura che distrae, offre surrogati e dispersione delle coscienze.”

Infatti dilaga il pessimismo, e da questo la chiusura, una stanca rassegnazione. “Sono pessimista anch’io, in quanto peccatore, uomo di poca fede. Sono ottimista se penso a Cristo, allo Spirito santo che opera. Se pensiamo alle persone che nella Chiesa, nel mezzo di persecuzioni terribili, hanno cambiato il mondo, e lo cambiano oggi, ma in una grande pazienza. I frutti sono d Dio, non sono i nostri e Dio ha i suoi tempi, fino alla fine del mondo, per manifestarsi. Penso sia impossibile sradicare dall’uomo il desiderio di Dio, perché è Lui che ci ha creato e crea gli uomini così, è il suo soffio di vita, e non possiamo dubitare che continui a  donarlo così. Dio è fedele nella sua opera, è questa  la nostra speranza, che è una virtù”.

Dalla quiete del monastero ai viaggi in tutto il mono per seguire tutte le comunità dell’Ordine. Si riesce ancora ad essere monaci nel senso pieno del termine? “Si impara che la comunità è il mondo, si impara dai più poveri la capacità di incontro, di ricevere l’altro sempre con gioia. Vedo che chi manca di tutto è spesso più felice di noi, perché ha la bellezza della relazione. Noi occidentali riteniamo che i problemi siano così grandi da toglierci la responsabilità di affrontarli e risolverli. Nei paesi dove il problema è sopravvivere, mangiare, abitare, studiare, ogni uomo si alza la mattina per questo, con un’immediata responsabilità verso il proprio destino”.

 Come si vince la paura? “La solidarietà vince la paura, nel senso che permette di affrontarla. Ciò che fa paura è quel che non posso dominare. Ma se non ci si sente soli è possibile il miracolo, la soluzione che non viene da noi”.

 Solo il papa sembra avere e rilanciare questo sguardo largo sul mondo, che lo abbraccia, che fugge dalle chiusure su interessi di nazione e di schieramento: “Chiama a non essere solo spettatori televisivi, rabbiosi e impauriti, o indifferenti, delle tragedie della storia e  degli uomini. Tutti noi possiamo giocare la nostra responsabilità, a cominciare dalla persona che mi sta accanto. Il papa ha questa sensibilità”.

 Tra un papa benedettino, di indole e di nome, e un papa francescano, di nome e di spirito, vede differenze sostanziali  in una continuità? “Papa Benedetto ha insistito sul carisma originario richiamando la necessità che la Chiesa crei dimore, in cui possa trovare stabilità la vita delle persone. Papa Francesco preme sull’irradiamento dell’esperienza cristiana, perché arrivi a tutte le periferie. I due richiami debbono essere letti in piena sintonia l’uno con l’altro. Avere il proprio centro in Cristo naturalmente spinge ad irradiare la fede in lui intorno a sé, ma no può esserci irradiamento se non da un  centro”.

(Monica Mondo) 

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