MICHELE GESUALDI/ L’allievo di Don Milani malato di Sla: “accettare inutile martirio del corpo è sfida a Dio”

- Niccolò Magnani

Michele Gesualdi, l’allievo di Don Milani malato di Sla scrive una lettera sul Fine Vita: “accettare l’inutile martirio del corpo è una sfida a Dio”. Il caso e le polemiche

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Michele Gesualdi è morto
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Con una lettera appello inviata al Presidente della Camera, del Senato e dei vari gruppi parlamentari (scritta il 13 marzo scorso, ma pubblicata oggi da Repubblica, ndr) parla Michele Gesualdi, ex presidente della Provincia di Firenze (il mandato prima di Renzi), uno dei primi allievi di Don Lorenzo Milani a Barbiana e soprattuto malato di Sla. L’oggetto della lettera è chiedere un rapido cambio di passo della politica sulla Legge del Fine Vita, il Testamento Biologico e le Dat, in discussione presso il Parlamento fin dal lontano caso di Eluana Englaro ad inizio anni Duemila. «Oggi vi scrivo per implorarvi di accelerare l’approvazione  della legge sul testamento biologico, con la dichiarazione anticipata di volontà del malato, perché da tre anni sono stato colpito dalla malattia degenerativa Sla e alcuni sintomi mi dicono che il passaggio al mondo sconosciuto non potrebbe essere lontano», inizia così la missiva che oggi è possibile leggere interamente su Repubblica. Cattolico, folgorato nella sua fede da Don Lorenzo Milani, il celebre prete docente toscano tra i più controversi ma affascinanti educatori del Novecento. Il motivo della lettera è dettata anche un peggioramento della sua terribile malattia, come spiega lo stesso Gesualdo: «I medici mi hanno informato che in caso di grave crisi respiratoria può essere temporaneamente superata con tracheotomia  come in caso di ulteriore difficoltà a deglutire si può ricorrere alla Peg (Gastrotomia endoscopica percutanea). La Sla è una malattia spaventosa, al momento irreversibile e incurabile». L’allievo di Don Milani si interroga sul suo prossimo futuro e chiede di poter essere lasciato libero di scegliere – dunque anche di staccare la spina e non essere curato più – visto che reputa il suo prossimo stato psico-fisico come una dura condanna “inutile”: «in modo molto lucido ho deciso di rifiutare ogni inutile intervento invasivo ed ho scritto la mia decisione chiedendo a mia moglie di mostrarla ai medici affinché rispettino la mia volontà».

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“LA TORTURA DEL CONDANNATO A MORTE”

La famiglia, sempre vicina in questi anni e affezionata a Michele, ha chiesto e implorato all’ex presidente della Provincia di Firenze di accettare almeno l’intervento allo stomaco per essere alimentato artificialmente (Peg): «sarebbe stato un dono anche un solo giorno in più che restavo con loro. Questo mi ha messo in crisi e ho ceduto anche per sdebitarmi un po’ nei loro confronti. A cosa fatta, confermo tutti i motivi dei miei rifiuti, che consistono nel fatto che non sono interventi curativi, ma solo finalizzati a ritardare di qualche giorno o qualche settimana l’irreparabile, che per il malato, significa solo allungare la sofferenza in modo penoso e senza speranza», scrive ancora Gesualdi nella lunga lettera indirizzata alla politica. La “sentenza” è già decisa dal malato, che si dice del tutto sicuro, con la sua malattia la morte è certa e atroce, «giunge per soffocamento»: in un delicato passaggio scrive ancora Gesualdi come l’intero rapporto tra vita, morte, dolore e fede in Dio è un argomento assai complesso che lui non riesce ad “accettare”. «C’è chi sostiene che rifiutare interventi invasivi sia una offesa a Dio che ci ha donato la vita. La vita è sicuramente il più prezioso dono che Dio ci ha fatto e deve essere sempre ben vissuta e mai sprecata. Però accettare il martirio del corpo della persona malata, quando non c’è nessuna speranza né di guarigione né di miglioramento, può essere percepita come una sfida a Dio. Lui ti chiama con segnali chiarissimi  e rispondiamo sfidandolo, come se si fosse più bravi di lui, martoriando il corpo della creatura che sta chiamando, pur sapendo che è un martirio senza sbocchi. Personalmente vivo questi interventi come se fosse una inutile tortura del condannato a morte prima dell’esecuzione». Il dramma è enorme e Michele Gesualdi, come ha imparato dal suo insegnante e padre spirituale Don Milani, ogni giorno prega il suo Dio e ne sottolinea il «silenzio»: «talvolta sembra che il silenzio diventi voce e ti dica: “Hai ragione tu, le offese a me sono altre, tra queste le guerre e le ingiustizie sociali perpetuate  a danno della umanità. Chi mi vuole bene può combatterle con concrete scelte politiche, sociali, sindacali, scolastiche e di solidarietà”. Di  fronte  a queste parole rimane una grande serenità che ti toglie la voglia di piangere e urlare. Ti resta solo l’angoscia per le persone che ami e che ti amano».

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L’APPELLO ALLA POLITICA

La lettera è di marzo ma pubblicata oggi da Repubblica e in questi giorni da Radio Radicale per sottolineare la loro battaglia per il testamento biologico, con l’avvicinarsi della fine legislatura e la difficile, se non quasi impossibile, calendarizzazione in Aula prima delle elezioni. Gesualdi scrive quasi disperato chiedendo di accelerare l’iter per non “doversi trovare” nella situazione drammatica descritta dalla moglie del allievo di Don Milani: «se ti viene di notte una crisi  forte non posso chiuderti in camera e assistere disperata in silenzio a vederti morire. Sarebbe per me un triplice dramma: tremendamente sola di fronte alla tragedia, non poter corrispondere a un tuo desiderio, anche se sofferta da me e dai figli e l’immenso dolore di perderti». Per questo motivo, Gesualdi muove richiesta e appello alle istituzioni di proseguire con la legge sul Fine Vita ponendo un complesso e molto delicato (se non anche criticabile) assunto: «Non si tratta di favorire la eutanasia, ma solo di lasciare libero, l’interessato, lucido cosciente e consapevole, di essere giunto alla tappa finale, di scegliere di non essere inutilmente torturato e di levare dall’angoscia i suoi familiari, che non desiderano sia tradita la volontà del loro caro. La  rapida approvazione delle legge sarebbe un atto di rispetto e di civiltà che non impone ma aiuta e non lascia sole tante persone e le loro famiglie».

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