DESIREE/ Perché i politici chiudono gli occhi davanti all’Italia della morte?

- Salvatore Abbruzzese

Il brutale omicidio di Desirée Mariottini interroga tutti coloro che hanno a cuore la vita. E’ un problema educativo, è vero, ma questo mondo non ci aspetta

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A Roma, nel quartiere San Lorenzo (LaPresse)

Il tristissimo episodio della sedicenne uccisa a San Lorenzo, noto oramai a tutta Italia, non può lasciarci tranquilli. Concordo pienamente con quanto scritto da Silvio Cattarina: c’è certamente un vuoto educativo, magari aggiungendo la precisazione che un tale vuoto c’è stato anche in passato, anche se certamente meno intenso e meno esteso. Tuttavia, e sicuramente Cattarina me lo consentirà, ciò che è spaventoso sono le soluzioni che oggi vengono offerte come risposta ad un tale vuoto e che sono a portata di mano. La droga che scorre ovunque, che chiunque può acquistare ed ha trasformato le città in una pattumiera a cielo aperto, costituisce la risposta facile, semplice e accattivante, alla portata di tutti per superare tutti i vuoti del mondo.

I “no alla droga” si reiterano da decenni, ma accanto a questi — va onestamente riconosciuto — si reiterano le legittimazioni implicite, le condiscendenze sconcertanti, le crepe e le fessure che fanno da retroterra ad una cultura dello sballo, sdoganata e scopertamente tollerata, con la compiaciuta e, proprio per questo colpevole, incoscienza del nostro universo educativo. Scuola, famiglia, università, fino ai consessi culturali più riflessivi appaiono silenziosi e soprattutto concettualmente disarmati. Se il problema è educativo è certo che i tempi del recupero saranno mediamente lunghi, ammesso che peraltro se ne prenda effettivamente coscienza. 

Il problema è che questo mondo non ci aspetta. Esiste un’emergenza che richiede soluzioni immediate e non tollera, né può tollerare, qualsiasi rinvio. Quando si è dinanzi a strazi come la vicenda di Desirée, ma perché no, anche a quella di Pamela di pochi mesi fa o ancora quello di Emanuele ad Alatri, non è più possibile, nel senso che non è più umanamente, quindi civilmente e politicamente (nel senso della polis) possibile convivere con un simile universo. Non è umanamente possibile tornare a parlare d’altro. Non c’è spazio più per nulla che non sia, innanzitutto, una decisa, immediata e definitiva reazione. 

Per chiunque creda che il mondo sia un dono di Dio, non è possibile vederlo sfigurato, insultato e violentato in un simile modo. Non è più possibile tollerare, anche per una sola ora, una simile bestiale indegnità e soprattutto è ancora meno possibile ingurgitare la serie di dinieghi, puntualizzazioni e precisazioni che osano distrarci dal problema essenziale che è, innanzitutto, quello della vita delle vittime. Dinanzi ad una simile emergenza, non si può, subito, non andare ai fatti, quindi alle scelte ed alle decisioni che si impongono.  

È allora necessario poter dire, almeno una volta, ma definitivamente, che non basta un “giro di vite”, ma che bisogna chiudere definitivamente con la droga, intesa come spaccio di sostanze stupefacenti e che quindi bisogna tappare tutte le falle di un sistema che attraverso i pertugi della “modica quantità” e dell’uso personale apre il teatro notturno dello spaccio nelle movide di mezz’Italia, infesta le piazze, le scuole e le stazioni, dove adolescenti rapidi e incoscienti (come lo siamo stati tutti a quell’età) si scambiano la dose alla luce del sole. 

È allora necessario, almeno una volta ma definitivamente, affermare che tutte queste fessure, tutte queste porte, lasciate ipocritamente socchiuse da una legislazione di compromesso, sono la vera ragione della presenza di “isole dello spaccio”, delle quali mezza Roma, ma perché no? mezza Italia se non i suoi due terzi a voler essere ancora ingenuamente ottimisti, sono infestate. E quindi ogni insipienza, ogni tolleranza, ogni scrollarsi il problema alle spalle è colpevole, è complicità oggettiva, fosse anche fatta in nome di tutte le buone fedi del mondo.

È allora necessario dire, almeno una volta ma definitivamente, che è proprio la droga — lasciata di fatto correre da governi pavidi e maggioranze frastornate dal politicamente corretto — a trasformare ed a rendere intollerabile, e quindi insostenibile, la criminalità organizzata, dandole un potere smisurato, aprendole un mercato operativo di dimensioni impensabili, dove cadono nella rete devianti e persi di ogni sorta — e gli immigrati per primi in quanto “persi” per eccellenza — aprendo così una voragine mortale per tutti. 

È allora necessario dire, almeno una volta ma seriamente e definitivamente, che la cultura dello sballo, sulla quale si fonda lo stupidario “pop” contemporaneo, è marciume umano e civile e suona la campana a morto di ogni ragione, di ogni civile convivenza, e quindi di ogni democrazia possibile e sperabile. È allora doveroso dire che non c’è più nulla da ridere, e che gli anni della superficialità divertita contro la “morale borghese” in nome di una declinazione infinita dell’alternativo hanno partorito una cultura delle dimissioni e dell’indifferenza che della droga è la vera madre culturale, la vera centrale di legittimazione e di sdoganamento.

È allora necessario dire, almeno una volta e definitivamente, che solo una legge che condanni l’uso di qualsiasi tipo di droga e imponga l’arresto immediato per ogni spacciatore, garantendo quel minimo efficace di pena che possa avere ragionevoli probabilità di deterrenza dalla reiterazione del reato, può avere delle possibilità di sferrare un colpo reale a questo fiume di stupida follia che ci investe e ci travolge tutti.

E allora è doveroso affermare che non ci sono diritti personali che siano liberi di modificare la vita di tutti, che godano di una zona franca, unicamente perché circondati dalle sacre mura della propria vita privata, ma che, proprio perché hanno ricadute devastanti sull’insieme della società, sono un problema collettivo, un problema di polis e non un’area individuale, lasciata alla libera scelta. Drogarsi non è un fatto privato perché le sue ricadute sulla collettività sono orribili e infinite. Perché chiunque sa benissimo che comprare droga vuol dire alimentare un mercato infernale che dalle piantagioni afghane e latino-americane arriva fino a San Lorenzo, al Parco Lambro, a Piazza Dante ed in qualsiasi angolo di questo nostro bellissimo ma incosciente Paese, irresponsabile fino alla fine, fino alla morte per overdose. Perché chiunque sa benissimo che ogni grammo di cocaina acquistato, ma anche ogni ridicola e apparentemente ingenua “canna” (così innocente da essere entrata nel linguaggio comune) stanno rubando la vita ai nostri giovani, da almeno cinquant’anni, avviandoli tutti e tutte — e noi stessi, padri ed educatori incoscienti e instupiditi — verso il baratro di una deriva umana, ma anche morale e civile, più che annunciata.

Si deve allora affermare che è solo dalla volontà trasversale di una maggioranza parlamentare degna di questo nome che si può chiudere questo mesto teatro della stupidità politica unita all’ingenuità intellettuale, legiferando immediatamente un decreto legge che stoppi e chiuda definitivamente con un simile teatro dell’orrore, con un simile insulto alla vita. 

Certo, nessuno si illude che crimini e criminali, morte e dolore, scompaiano; né che spacciatori, corrieri e organizzatori delle reti criminali si convertano a più miti consigli. Criminali e derive umane sono proprio come i poveri, e quindi “li avremo sempre tra di noi”. Ma non è una ragione sufficiente per rassegnarsi come per la pioggia fuori stagione, far finta di non vedere e soprattutto di non capire né riconoscere che ogni fessura, ogni possibile legittimazione, ogni tolleranza verso la droga — in tutte le sue forme e in tutti i suoi derivati — è il cavallo di Troia attraverso il quale un simile degrado umano dilaga ovunque, travolgendo noi stessi e i nostri figli. La politica è fatta per dominare i contesti sociali e culturali, governando e legiferando, non per subirli, lasciandosene travolgere.

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