MALTEMPO/ L’Italia piange le vittime, ma fa condoni con i criteri di 30 anni fa

Mentre l’Italia piange ancora le vittime del maltempo, nel Decreto Genova si approva un condono con le caratteristiche del 1985: una voragine per la sicurezza

08.11.2018 - Patrizia Feletig
Lapresse

Non esiste una natura buona e una natura cattiva, ma molte vittime e perdite dovute a calamità naturali sono imputabili alla sventatezza dei comportamenti umani che c’entrano poco con gli “ambientalisti da salotto” a sproposito tirati in ballo dal Ministro Salvini. Il Paese che in genere dimostra una straordinaria reattività post disastro, non solo dei corpi dello Stato preposti ma anche diffusamente con la solidarietà della popolazione, è invece recidivo alla prevenzione. Eppure le sue condizioni geomorfologiche non glielo consentono affatto. Delle 700mila aree a rischio frana catalogate in Europa, l’Italia ne conta ben 600mila. È anche il Paese europeo con più corsi d’acqua. Senza dimenticare la predisposizione sismica: negli ultimi 40 anni, 7 dei 10 terremoti più costosi d’Europa si sono verificati in Italia. A questo tragico bilancio contribuisce la vulnerabilità del patrimonio edilizio per 70% inadeguato in caso di scosse di media magnitudo.

Insomma, tra terremoti, alluvioni, frane, maremoti, avversità atmosferiche eccezionali di ogni sorta che colpiscono con una certa regolarità il Bel Paese, si deve mettere in conto dai 3-3,5 miliardi annui di danni materiali. Soldi che escono dalle casse pubbliche sempre come risarcimenti e fondi per la ricostruzione a disastro compiuto.

Certamente il Governo del cambiamento non è direttamente responsabile dell’inerzia e dei pasticci pregressi, sebbene non sia proprio di buon auspicio la cancellazione, appena insediato, del piano di prevenzione strutturale denominato Casa Italia che, sotto il Governo Renzi, aveva stanziato 27 miliardi di interventi sul territorio in un arco di 15 anni.

Più inquietante ancora è l’articolo 25 contenuto nel testo del Decreto Emergenza, cosiddetto Decreto Genova, emanato con grande enfasi dal Governo lo scorso 28 settembre ora in viaggio verso il Senato per la sua conversione in legge dopo il voto alla Camera della settimana scorsa. Le opposizioni accusano che si tratti di un presunto condono per Ischia suscitando le veementi e sdegnate reazioni dei due vicepremier. Orbene, se formalmente non si tratta di un nuovo condono, di fatto incorpora una sanatoria più generosa di tutte quelle mai concesse nella patria degli abusi edilizi. Va ricordato che l’Italia campione delle edificazioni in deroga ai vincoli paesaggistici e in barba ai più basilari principi precauzionali, come costruire vicino all’acqua quando non addirittura sul greto di un fiume, ha già beneficiato di 3 condoni: nel 1985 (governo Craxi), nel 1994 e nel 2003 (governo Berlusconi I e II).

In modo anodino, il testo dell’articolo del Decreto Emergenze definisce semplicemente quali disposizioni applicare sulle istanze di condono ancora pendenti per gli immobili dei comuni ischitani nel frattempo distrutti o danneggiati nell’agosto 2017 dal terremoto. E in tempi stretti: entro 6 mesi. Nelle apparenze risulta come una virtuosa accelerazione alla chiusura delle migliaia (parola del sindaco di Lacco Ameno) di pratiche presentate nel 1994 e nel 2003 ancora inevase. Senonché da una lettura più attenta si nota che “trovano esclusiva applicazione le disposizioni di cui ai Capi IV e V della legge 28 febbraio 1985 n.47”. Ciò significa la possibilità di sanare anche edifici con caratteristiche che sarebbero state respinte dai due successivi condoni di Berlusconi. Non solo con l’allora legge Nicolazzi sotto il governo Craxi consente di condonare edifici in aree demaniali o protette, ma apre una voragine dal punto di vista della sicurezza. Nel 1985 non esisteva neppure la mappatura ufficiale della pericolosità sismica e vulcanica in Italia. La carta venne rilasciata dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia per la prima volta nel 1994 e poi regolarmente aggiornata.

La scelta di applicare a stretto giro per il condono (che già c’era) norme meno stringenti ha una spiegazione tutta economica. Anche i proprietari di case costruite in barba ai vincoli ambientali, a rischio sismico, vulcanico e idrogeologico, verranno risarciti per i danni del terremoto. E le ruspe (tanto care a Salvini in altri contesti) non interverranno per demolire l’abusivismo, ma anzi si consolideranno le mura e riparerà il tetto. Se com’è noto i condoni servono a fare cassa, chiediamoci allora (altrettanto cinicamente) quanto costano alle casse statali le sanatorie tombali. Senza considerare il capitale umano sacrificato.

Infine, all’indomani della morte di 9 persone travolte dalle acque del fiume Milicia nella villetta abusiva a Casteldaccia, merita ricordare l’ambiguo proclama sull’abusivismo “di necessità” pronunciato da Luigi Di Maio in campagna elettorale: “Non possiamo voltare le spalle a chi ha costruito una casa abusiva perché la politica non ha fatto il suo dovere”. Ora la politica che fa?