BEATI MONACI DI TIBHIRINE/ Martiri di un Dio dell’amore, non della vendetta

- Cristiana Caricato

Sabato scorso nel santuario di Notre-Dame de La Cruz ad Oran (Algeria) sono stati beatificati i monaci di Thibirine e mons. Pierre Claverie

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Il monastero di Tibhirine oggi (foto C. Caricato)

Mentre nel portico del santuario di Notre-Dame de La Cruz, ad Oran (Algeria), sabato scorso, i nuovi diciannove beati venivano festeggiati con lacrime e grida di gioia, a Tibhirine, ancora una volta, il silenzio riempiva i chiostri, la cappella che conserva tra le fessure l’odore del mosto, le celle vuote, i colori spenti dell’autunno tra le montagne dell’Atlas.

Mi piace pensare che, seppure per un istante, quella natura intensamente partecipe, che avvolge il monastero cistercense, abbia mostrato un fremito di esaltazione. Che l’albero di arance di frère Luc abbia fatto dondolare i frutti maturi, il vento abbia accarezzato le mani mozzate della statua della Madonna dell’Atlantide, le acque abbiamo gorgogliato e i rami intonato inni, facendo vibrare le foglie.

Perché i nuovi martiri algerini, mons. Pierre Claverie e compagni, sono il dono più grande per quella terra irrigata dal sangue. L’espressione più alta di una chiesa della “discrezione” che ama senza brillare, opera ma non rivendica, testimonia nonostante l’apparente irrilevanza.

Il monastero cistercense a pochi chilometri da Medea e gli anni spesi in quel luogo dai monaci trappisti rapiti e massacrati nella primavera del ’96, durante il decennio nero dell’Algeria, sono la sintesi più nota di una partecipazione al travaglio nazionale che ha coinvolto tutta la piccola Chiesa cattolica algerina. Una chiesa che ha pagato in vite, sofferenze, paure la scelta di rimanere accanto al popolo mentre si consumava uno scontro feroce tra islamisti e giunta militare. Anni bui, segnati da massacri, attacchi terroristici, tensioni, incertezze e sospetti, in cui sono stati minati tutti i tentativi di costruire relazioni fraterne tra islam e cristianesimo.

Eppure gli uomini e le donne beatificati ad Oran sono il segno più eloquente della vittoria del bene sul male, del fatto che “la testimonianza, la rinuncia a sé stessi non generano morte ma gloria” come ha ben spiegato il card. Angelo Becciu, durante il rito, “non producono fallimento ma vita e felicità”.

In fondo i sette monaci trappisti, le cui teste mozzate furono ritrovate a due mesi dal rapimento, come il vescovo di Oran fatto saltare in aria insieme al suo autista musulmano il 1° agosto 1996, e gli altri religiosi e consacrate trucidati nel paese, non hanno fatto altro che spingersi fino “alla radice dell’esperienza che l’uomo fa del proprio limite: l’umiliazione, il pianto e la persecuzione” per giungere all’eternità attraverso un amore assoluto e folle. Per Cristo e per i fratelli musulmani.

Non è un caso che ad arrampicarsi, tra i primi, sul colle dominato dal forte spagnolo che dà nome al Santuario mariano siano stati gli imam di Oran. Quelli che sin dal mattino, nella Grande Moschea della città avevano celebrato con latte e datteri i nuovi martiri, cantando nella sala della preghiera i versetti del Corano dedicati a Maria e Gesù. La prima beatificazione collettiva in terra islamica, infatti, ha fatto memoria senza soluzione di continuità anche dei 114 religiosi islamici uccisi dal terrorismo, come delle oltre 150mila vittime portate via della violenza e dall’odio, nell’Algeria della guerra civile. Il volto di uno di loro, Mohammed, il giovane autista di mons. Claverie, era accanto a quello degli altri beati. Il suo testamento spirituale letto durante la celebrazione. Perché niente è più vero, in questo paese, del mistero contenuto nel Vangelo della Visitazione: Maria ha Gesù nascosto nel suo ventre e a rivelarlo è Elisabetta. La pienezza di vita esplode e sussulta nell’incontro con il diverso, il lontano, l’altro da me. Il Magnificat si eleva nell’istante in cui uno sguardo ne incrocia un altro e ne è riconosciuto.

E’ il Mistero vissuto e testimoniato da ciascuno dei martiri di Algeria. E’ la pagina ancora aperta nel monastero di Tibhirine, dove uomini di preghiera zappavano la terra, curavano i fratelli musulmani, rendevano lode a Dio. Monaci che sono andati incontro al loro destino illuminando i boschi e i sentieri che calpestavano. Nella naturale e umile certezza, come scriveva frère Luc, che “non esiste autentico amore di Dio senza assenso incondizionato alla morte”, perché “la morte è Dio”. Il Misericordioso.

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