GABANELLI/ Salviamo chi cura col cuore dai tecnocrati della medicina

Negli ospedali ci sono ancora medici e infermieri che ci mettono il cuore, ma l’aziendalizzazione della sanità ha portato al prevalere della tecnica e dei protocolli

14.12.2018 - Carlo Bellieni
Milena Gabanelli (LaPresse)

Gentile dottoressa Gabanelli,
ho visto con piacere online il suo intervento per il 48° Congresso nazionale della Società italiana di radiologia medica. Lei e le signore intervistate lamentate la distanza morale ed empatica tra medico e paziente soprattutto nei momenti gravi e duri della vita, quelli del ricovero per una malattia tumorale o dell’emissione di una diagnosi infausta. Ottimo aver ricordato un fenomeno ben descritto nella letteratura scientifica e che influisce sempre negativamente. Colpisce quando lei sottolinea che molti medici dicano: “Dobbiamo mettere il dolore fuori della porta, perché sennò non riusciamo ad arrivare a sera”, e aggiunge: “Però questo non vuol dire che devi trattare il paziente come se fosse il cliente di una macelleria… pronti, due euro e mezzo… arrivederci, paghi alla cassa”.

Ecco, lei ha messo il dito sulla piaga, ma il problema non è far diventare i medici più gentili, bensì capire cosa sta alla base della mancanza di gentilezza (frequente, ma non generale) che lei giustamente lamenta; perciò occorre mettere una lente d’ingrandimento, per capire qual è l’ostacolo, il decadimento da riformare.

La figura e la formazione del medico hanno subìto una sorta di “effetto Chernobyl”, cioè apparentemente fuori non è cambiato niente, ma dentro c’è stata una mutazione; e la mutazione si chiama aziendalizzazione della medicina. Come ben sa, oggi gli ospedali si chiamano “aziende ospedaliere”, i malati sono “clienti”, il medico è il “fornitore di un servizio all’utenza”; addirittura i sistemi più in voga per razionalizzare i tempi negli ospedali sono adattati da quelli delle case automobilistiche o elettroniche.

Insomma, assistiamo a una burocratizzazione morale del medico e dell’infermiere, portati da questa corrente a sentire che il loro dovere consiste e si esaurisce nell’abilità tecnica di esecutori di protocolli o mansionari. Infatti negli ospedali di tutto il mondo i protocolli (strumenti peraltro utili se usati cum grano salis) si moltiplicano (si fanno protocolli per tutto, fino a creare protocolli su come fare i protocolli); ma la moltiplicazione di protocolli e di riunioni per obbligo aziendale porta al massimo alla mediocrità, come ben spiega il sociologo Berry Schwartz, autore (fra altri testi) del libro Why we work: se manca lo stimolo motivazionale, il livello di lavoro tecnico decade e con esso il livello di empatia. La gentilezza, la creatività, l’entusiasmo semplicemente non sono “da protocollo”, quindi ci si abitua a non calcolarli e talora a guardare come intralci chi li ricerca nel suo lavoro.

Ma oltre a esiliare la gentilezza, moltiplicando le regole, nemmeno si salva il livello delle cure: spesso i medici si sentono al sicuro per gli esami numerosi che possono prescrivere o per i numerosi protocolli che hanno seguito, in una sorta di “effetto Suv”, laddove l’eccesso di rassicurazione dato dalla tecnica porta talora a un abbassamento dell’attenzione sul paziente, attenzione fatta di colloqui, di battute, di indagini, di contatto fisico. Invece oggi, a livello planetario, sembra che questa sia la direzione: meno motivazione, qualche incentivo economico e più burocrazia nella speranza che basti a evitare gli errori e massimizzare l’efficienza.

Lei dice, nel suo intervento al congresso: “La gentilezza fa parte della tua formazione”, ma l’aziendalizzazione è un processo efficientistico che non contempla gentilezze di sorta nella formazione del medico; apre fortunatamente il medico alla tecnica, ma non lo invita ad andare oltre il suo dovere tecnico. E gli animi naturalmente gentili o umanistici sentono di andare contro la corrente della burocrazia morale; e la gentilezza appassisce, avvizzisce, si sente fuori luogo.

Il bello, però, è che esistono ancora medici e infermieri che sanno “metterci il cuore”, che remano controcorrente per fare il cosiddetto “miglio in più”, cioè non fermarsi al mansionario, ma prendere sotto braccio il paziente, abbracciare il genitore del bambino leucemico, telefonare per trovare un alloggio o sveltire le pratiche, e, ogni tanto, sorridere. Sono medici e infermieri a rischio di burnout, per i motivi suddetti, ma sono quelli che rendono la sanità italiana – che, ricordiamolo, è tra le migliori al mondo – ancora capace di far sentire a chi sta male, un profumo di umanità.

Per questo le chiedo: per far crescere la gentilezza, aiuti chi cura a uscire da questo imbuto in cui l’umano cede alla tecnica, per far crescere una medicina che non sia ristretta alla “massimizzazione delle cure con la minimizzazione dei costi”.

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